Adesso per tutti il gioco si fa duro. Adesso il Pd può davvero scegliere da che parte stare, può schierarsi con la rabbia del paese che dal 94′ a oggi nonostante alcuni governi di “sinistra” non ha mai visto una legge non liberticida. Il movimento 5 stelle oggi potrà scegliere in questo parlamento se affossare un governo, decidere il presidente del senato, probabilmente pesare moltissimo per la scelta del capo dello stato, smontare laddove si verificasse tutte le lobby schifose che hanno sempre bloccato ogni riforma in senso vero, potrà è dovrà scegliere in quali commissioni pesare in maniera massiccia, sputtanare laddove vi fosse tutti gli inciuci tra stato, servizi segreti e mafie. Hai moderati sappiate che non ce scampo si fanno le riforme che gli italiani e non per “L’Italia”.
…oppure no! Oppure Il Pd, Sel con i 7 del senato conta come un due di coppe a scala quaranta, può chiedere a altri (il PDL) per cambiare la legge elettorale per eleggere alla camera è al senato i presidenti, per eleggere un altro “Napolitano SORDO!!” e fare le “solite altre riforme”, quelle fatte per l’Italietta e non per gli italiani. Cosi facendo si campa per un po si salvano le lobby si fa una legge elettorale “a cazzo!!” per preservare se stessa e quindi, salvare Berlusconi (ancora!). Nel frattempo i cialtroni, i trombati, i nuovi vecchi deputati sono tutti in tutte le tv di “Stato” nel cercare di rabbatarsi, di trovare una soluzione non capendo il problema, non capendo un linguaggio non ancora trombato. Un popolo civile che dentro il parlamento dovrebbe (Dio solo sa cosa pensa una massaia) fare la differenza tra ciò che si deve fare è ciò che non è giusto fare, dando per scontato che due uomini che vogliono adottare un figlio non sono diversi da due donne che vogliono adottare un figlio che non sono diverse da una coppia eterosessuale. un linguaggio diverso dove Tav non è obbligatorio, dove ponte sullo stretto è una favola che non sta in piedi, dove il giornalismo non è prono alla politica, insomma una Italia dove Marco Travaglio torna ad essere un giornalista come gli altri. Ora in Italia c’è il “Camino” tutti guarderanno il cupolone in attesa perchè agli italiani ciò che accade dentro il palazzo è stato sempre sconosciuto.
Roberto Pagliaro
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 10.0/10 (2 votes cast) VN:F [1.9.22_1171]
La Notte degli oscar nel segno di Argo, Oscar importanti per Vita Di Pi che prende anche regia e sceneggiatura non originale, ottimo risultato anche per Tarantino che con Django porta a casa anche attore non protagonista sceneggiatura originale le Miserablés si difendono con diversi oscar minori Delude Lincoln che prende solo due Oscar Attore e scenografie riporto la lista delle assegnazioni
BEST PICTURE Argo
ACTOR Daniel Day-Lewis Lincoln
ACTRESS Jennifer Lawrence Silver Linings Playbook
ACTOR in a Supporting Role Christoph Waltz Django Unchained
ACTRESS in a Supporting Role Anne Hathaway Les Misérables
ANIMATED FEATURE FILM Brave Mark Andrews and Brenda Chapman
CINEMATOGRAPHY Life of Pi Claudio Miranda
COSTUME DESIGN Anna Karenina Jacqueline Durran
DIRECTING Life of Pi Ang Lee
DOCUMENTARY FEATURE Searching for Sugar Man Malik Bendjelloul and Simon Chinn
DOCUMENTARY SHORT Inocente Sean Fine and Andrea Nix Fine
FILM EDITING Argo William Goldenberg
FOREIGN LANGUAGE FILM Amour Austria
MAKEUP AND HAIRSTYLING Les Misérables Lisa Westcott and Julie Dartnell
MUSIC Original Score Life of Pi Mychael Danna
MUSIC Original Song “Skyfall” from Skyfall Music and Lyric by Adele Adkins and Paul Epworth
PRODUCTION DESIGN Lincoln Rick Carter (Production Design); Jim Erickson (Set Decoration)
SHORT FILM Animated Paperman John Kahrs
SHORT FILM Live Action Curfew Shawn Christensen
SOUND EDITING Skyfall Per Hallberg and Karen Baker Landers
SOUND MIXING Les Misérables Andy Nelson, Mark Paterson and Simon Hayes
VISUAL EFFECTS Life of Pi Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer and Donald R. Elliott
WRITING Adapted Screenplay Argo Written by Chris Terrio
WRITING Original Screenplay Django Unchained Written by Quentin Tarantino
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 0.0/10 (0 votes cast) VN:F [1.9.22_1171]
L’oscurità: con le voci fuori campo, ora incredule, via radio (“è reale o è un’esercitazione?”); ora lacerate, nel fisico (“non riusciamo a respirare”); ora straziate, nella tragedia, che acuisce, tra pavimenti caracollanti e sfasciume di schegge, lo zenit emotivo di un sentimento anonimo che esplode (“ti amo” – “ti amo”). È l’11 settembre, le comunicazioni dei media si sovrappongono alle richieste d’aiuto: “un areo è caduto sul World Trade Center”.
Un montaggio sonoro schiantante – nomination agli Oscar 2013 a Paul N.J. Ottosson: di quelli che chiamano “i premi minori”. E l’immagine è eclissata: schermo nero. Perché è un’immagine impressa nelle coscienze, uno spot indelebile ben presente al popolo americano ed al consorzio umano: una sequenza col tempo, forse, diventata semplicemente un buco nero, un occhio senza orbite, svuotato dal pianto, corroso da paura, ossessione, persino dall’umanissimo “odio”. Così inizia, su una tabula rasa nera come una lavagna su cui scrivere col gessetto rosso del sangue, Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.
Un gessetto rosso come quei capelli, nemmeno troppo curati, di Maya (Jessica Chastain), troppo concentrata sull’idea fissa di catturare – e\o uccidere – Osama Bin Laden: per quanto i colleghi della CIA, additandola come una monomaniaca ossessiva, le intimino di smettere d’inseguire un fantasma barbuto e la invitino a dedicarsi, piuttosto, allo sgominamento dei tanti attacchi delle cellule terroriste, tra Londra e Pakistan, che nel film s’infiltrano dai telegiornali. Per quanto, ancora, le colleghe la invitino ad alleggerire con qualche svago il peso di quell’assillo, di quella missione “mentale”, isolante; ma lei, Maya, nel corpo che s’indovina potenzialmente florido di Jessica Chastain, è irremovibile: “Scopare con un collega? non mi sembra proprio il caso”.
Un gessetto rosso, come quel pennarello che Maya usa per scrivere, sulla parete vetrata del proprio capo, i giorni del calendario, tutti rossi, tutti d’emergenza, che trascorrono nell’inattività, nella mancanza d’iniziativa, per quanto lei sia pressoché certa di aver individuato il luogo in cui si rifugia Osama Bin Laden. In che percentuale? Né il 60% dei colleghi più ritrosi, né l’80% dei più audaci; lei non azzarda, non è una gambler, è una donna nella cui testa l’ora X della missione è scattata da 9 anni, ed al capo della CIA, Leon Panetta (James Gandolfini), spiattella il bookmaking senza esitazioni: “Sono certa al 100%, anzi no, visto che il 100% vi fa andare fuori di testa, diciamo il 95%, ma è 100%”. Ed allora, Zero Dark Thirty: mezzanotte e mezzo, nel gergo militare. L’ora in cui nel maggio 2011 scattò il blitz che portò all’uccisione di Osama Bin Laden. Un’ora che nella mente di quella sbarbatella, catapultata dal college alla CIA, era scattata qualche anno prima.
Cinque candidature agli Oscar, così come per The Hurt Locker, per quello che la stessa Bygelow definisce un “reported film”; e che, nondimeno, non ci si può contentare di stanare dai recessi della creatività più intima con il raid critico di definizioni quali “un film dal passo del documentario”, come si è sentito d’interpretare Paolo D’Agostini su Repubblica. Un film “documentato” è diverso da un film “documentario”: sicché, per quanto l’opera si diparta dall’attento lavoro d’archivio dello sceneggiatore e giornalista Mark Boal (compagno della Chastain, nomination anche per lui), il suo sviluppo si alimenta di una cupa sostanza autoriale che travalica la semplice mistione di fiction e reportage, per diventare qualcosa di diverso. È un dramma per frammenti, schegge dolorose della Storia, come The Hurt Locker, e diversamente dal più dimesso e meno disperato Argo: un rilancio della tensione, come confermano quei capitoletti che non sono i titoli di un paragrafo, ma la scansione di un diario segreto, che trapassa dal top secret dei faldoni alle pieghe di un tormento non solamente professionale.
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 3.0/10 (1 vote cast) VN:F [1.9.22_1171]
Film controverso e molto difficile, Amour arriva in Italia dopo il trionfo a Cannes
Protagonisti e quasi co-autori, tanto grande è l’importanza degli attori nella messa in scena del film, sono Jean-Louis Trintignant (di anni 81) ed Emmanuelle Riva (85), che interpretano la coppia di lunga data costituita da Georges e Anna (il fatto che siano gli stessi nomi dei personaggi principali delle opere dell’autore conferisce all’operazione una sfumatura quasi archetipica).
Poche parole da spendere sulla trama di Amour, che potrebbe essere definito come il resoconto realistico ed estremamente dettagliato, fino alla crudeltà più glaciale, della progressivo decadimento della salute di Anna e contemporaneamente degli sforzi di Georges, che sceglie di dedicarsi solitariamente alla preziosa cura degli ultimi mesi di vita della moglie.
Il dolore che si prova guardando il film non è solo “normale” empatia verso i personaggi, identificazione con quella che è una situazione cui prima o poi a tutti tocca assistere o partecipare.
Mentre si osserva Georges muoversi lentamente nell’interno alto-borghese di casa sua, infatti, per un istante viene a cadere la divisione tra attore e personaggio: Haneke molto cinicamente ha voluto attribuire la parte a due interpreti in grande forma artistica piuttosto in là con l’età, la cui fisicità ricorda costantemente allo spettatore le conseguenze dell’implacabile lavoro del tempo.
Angoscia, claustrofobia, soffocamento. Sono le sensazioni che derivano dalla rigorosa e calcolata regia di Haneke. Angoli di ripresa strettissimi, montaggio dal ritmo senile, quasi nessuna concessione alle divagazione, in quanto persino i sogni di Geroges sono degli incubi che lo inchiodano alla tragedia che sta vivendo, e un uso della musica puramente diegetica (brani di pianoforte) che costituisce non un sollievo ma quasi una nuova ferita del cuore di Anne, una volta insegnante e concertista.
Lo sguardo della macchina da presa è poi spietato nel mostrare i momenti più mortificanti dell’agonia della malata, nonché priva di misericordia quando inquadra piccoli istanti di brutalità necessaria, arrivando così a delineare un’atmosfera di afflizione e fatalità ineluttabile.
Lo spettatore più attento allora potrebbe chiedersi il perché del titolo, dov’è quell’Amore che campeggia a caratteri cubitali sulla locandina. Si può definire tale il comportamento solerte ma rassegnato del marito? La silenziosa e tenace testimonianza del disfacimento della compagna di sempre?
Una delle costanti del cinema di Haneke è quella del coinvolgimento diretto del pubblico del film, che viene chiamato a riempire buchi narrativi, dubbi morali, interrogazioni ermeneutiche volutamente creati dalla sceneggiatura e della regia. All’austriaco non interessa convincere il suo uditorio di qualcosa, ma preferisce provocare in esso una reazione, qualunque essa sia.
Amour allora non lancia alcun messaggio riguardo a un mistero irrisolvibile quale è quello della natura del sentimento ultimo dell’estensione di sé nell’altro, molto diverso e meno facilmente rappresentabile della passione dei sensi o dell’effervescenza dell’innamorato.
La speranza implicita nel film – e da qui deriva anche la sospensione del giudizio di valore sullo stesso – è che sia l’occhio di chi guarda a riconoscere nei gesti pazienti, nella testardaggine di Georges, negli sguardi riconoscenti di Anna quello che comunemente viene chiamato amore.
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 0.0/10 (0 votes cast) VN:F [1.9.22_1171]
Il cineasta americano dispensa citazioni e richiami (da Corbucci a Franco Nero) Invenzioni e trovate non mancano, eppure sono meno brillanti che in altri film
Tarantino finisce schiavo della sua voglia di stupire. Il regista gioca con generi e miti ma risulta ripetitivo] Tarantino finisce schiavo della sua voglia di stupire. Il regista gioca con generi e miti ma risulta ripetitivo
Forse dalle «catene» che lo imprigionano bisognerebbe liberare anche il film di Tarantino, non solo il suo protagonista nero. Perché prima ancora che sbarchi sui nostri schermi, Django Unchained è già stato bell’e imprigionato dentro una gabbia di interpretazioni e decostruzioni che ne hanno fatto l’ultimo erede del western italiano e l’ennesimo centone di citazioni, allusioni e strizzatine (o strizzatone) d’occhio. Con un’operazione, bisogna aggiungere, quasi esclusivamente italiana, dove il regista di Pulp Fiction sembra condannato a essere l’ultimo alfiere di un post-modernismo cinematografico che non sembra aver più corso da alcuna parte.
Non stupisce l’erudizione e il piacere della caccia alla citazione, perché è lo stesso regista che si diverte a mettere nel film omaggi e «prestiti», dalle musiche che aprono e chiudono il film (quelle originali di Luis Bacalov per il Django di Corbucci, sui titoli di testa, e di Franco Micalizzi per Lo chiamavano Trinità…, su quelli di coda) al dialogo con Franco Nero sull’esatta pronuncia di «Django» (che quel personaggio aveva interpretato nel 1966) e a tanti altri ancora. Ma che questa debba essere l’unico metro di giudizio di un film e non per esempio la «superficialità» per cui nelle prime scene il freddo a volte fa condensare il respiro degli schiavi e a volte no… beh, la cosa mi sembra per lo meno discutibile.
Certo, i film di Tarantino ci hanno abituato a una libertà di trovate e invenzioni che non ha paragone nel cinema contemporaneo, dove la logica non sempre è di casa. In Bastardi senza gloria metteva addirittura a segno un finale che ribaltava ogni verità storica sulla Seconda Guerra Mondiale e anche qui le libertà che si prende non sono poche. E più che sul filologicamente corretto «negro» che tanto ha scandalizzato Spike Lee (anche nel «corretto» Lincoln di Spielberg si usa ovviamente «negro») ci sarebbe molto da dire sulla verosimiglianza dei «combattimenti tra Mandinghi». Spesso il divertimento per lo spettatore nasce proprio da qui, dalle libertà che il regista si prende rispetto alla struttura codificata del genere.
In un processo creativo, però, che trova la propria ragione e il proprio metro di valore (almeno per me) nella coerenza dell’invenzione e nella forza della creazione. E non solo nella quantità delle citazioni.
Per questo Django Unchained mi sembra meno divertente (e interessante) di Bastardi senza gloria, perché dopo un inizio folgorante finisce per restare schiavo della sua logica «revisionista» e si avvita in una seconda parte a volte piuttosto ripetitiva e deludente. Certo, l’inizio, con quello strano dentista tedesco che ferma nel mezzo della notte due mercanti con i loro schiavi in catene si stampa subito nella memoria: il dottor King Schultz di Christoph Waltz, aulico nei modi ma sbrigativo con le armi, è uno di quei personaggi talmente irreali da diventare subito mitico. Così come lo schiavo nero Django (Jamie Foxx), a cui Tarantino regala una coscienza di sé e del suo «ruolo sociale» che sarebbe piuttosto arduo spiegare antropologicamente e storicamente (il film è ambientato nel 1858, «due anni primi della Guerra d’Indipendenza»).
Insieme però diventano una di quelle coppie sorprendenti e mirabolanti che si adattano perfettamente alla rilettura del western che può interessare Tarantino (e di cui abbiamo un’ulteriore prova nella presa in giro dei membri del Ku Klux Klan. Una scena degna di Chaplin). Così, trasformati in una temibile coppia di cacciatori di taglie («carne per contanti», come spiega con crudo realismo Schultz a chi quella logica l’aveva vissuta sulla propria pelle di schiavo comprato e venduto), i due nuovi amici attraversano un West dove le apparenze hanno perso ogni valore (uno sceriffo può essere un bandito ricercato) e bisogna imparare a rimettere in discussione i propri sentimenti (come nell’episodio del padre ucciso davanti agli occhi del figlio).
Fin qui è il «vecchio» mondo tarantinesco dove si sono persi i parametri di riferimento e bisogna adattarsi per cercare di sopravvivere al caos. Ma nella seconda parte, quando Schultz e Django si mettono alla ricerca della moglie dell’ex schiavo, Broomhilda (Kerry Washington), comprata dal più razzista di tutti i coltivatori razzisti, Monsieur Candy (Leonardo DiCaprio), l’inventiva del regista-sceneggiatore mi sembra perdere più di un colpo. Si fa aiutare da una più accentuata esibizione di violenza (fatta intuire più che realmente mostrata, come nel combattimento tra i due Mandinghi o nella punizione dello schiavo fuggiasco D’Artagnan) ma il risultato resta ben lontano dalle cose migliori della sua carriera. Il debito che paga visivamente al cinema di Hong Kong (come ha dimostrato lucidamente Alberto Pezzotta su «la Lettura» di domenica 13 gennaio) è molto alto ma meno funzionale alla logica del racconto. E il colpo di scena di Schultz che innesca il massacro finale rischia di sembrare – rispetto alla logica precedente del personaggio – fin troppo gratuito. Lasciando l’impressione di un film dove Tarantino si è divertito a giocare con i generi e i miti più di quanto potranno fare i suoi spettatori.
Paolo Mereghetti
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 0.0/10 (0 votes cast) VN:F [1.9.22_1171]
Teheran, 4 novembre 1979: in piena rivoluzione centinaia di militanti fanno irruzione nell’ambasciata americana, prendendo in ostaggio cinquanta dignitari e dipendenti americani mentre sei riescono a fuggire ed a rifugiarsi negli appartamenti dell’ambasciatore canadese. Sarà compito della CIA e degli Esteri trovare il modo per far uscire da un paese infuocato i sei cittadini americani prima che vengano scoperti ed impiccati pubblicamente.
Basato su una emozionante storia vera, declassificata da top secret solamente da Bill Clinton nella seconda metà degli anni ’90, Argo è un mix fra pellicola drammatica e thriller, con non pochi aspetti documentaristici. Ben Affleck, nuovamente dietro la macchina da presa a due anni da The Town, pesca abbondantemente dai documenti della CIA e dalle immagini storiche dell’epoca, ricostruendo alla perfezione le istantanee di un’epoca e facendo sì che la trama del film possa snodarsi attraverso i solchi lasciati dalla storia vera.
Il risultato è un film ben costruito, un thriller che gioca sugli stati emozionali dei protagonisti e degli spettatori stessi, rallentando il ritmo della narrazione solo raramente e facendo sì che chi guarda possa restare incollato alla sedia per due ore senza quasi accorgersene.
Più leggero nella prima ora di proiezione, quando vengono trattate tematiche che permettono ad Affleck di ironizzare sia sull’industria cinematografica – emblematica la frase fatta pronunciare a John Chambers/John Goodman -
Quindi tu vuoi venire a Hollywood, far finta che stai lavorando ad un progetto grandioso senza realizzarlo veramente, giusto?Allora hai scelto il posto giusto!”
sia sui servizi americani, incapaci all’inizio di collaborare fra loro.
Pian piano che il fulcro della narrazione si sposta in Iran il pathos aumenta e protagonisti diventano i sei cittadini americani, l’ambasciatore canadese e sua moglie, la giovane cameriera iraniana, in un contesto di fine anni ’70 ricostruito alla perfezione nelle ambientazioni, nella scelta dei colori e degli abbigliamenti dei protagonisti.
Bravo Affleck nel doppio ruolo di regista e protagonista, maturo come regista ed ottimo come Tony Mendez. Piace John Goodman nei panni di John Chambers mentre è ottimo Alan Arkin nei panni di Lester Siegel, anziano produttore che vive di glorie antiche. Recitano bene nei panni dei sei americani Tate Donovan, Clea DuVall, Scott McNairy, Rory Cochrane, Christopher Denham e Kerry Bishé, riportati perfettamente da truccatori e costumisti nel 1979, fra baffoni folti, barbe e occhialoni vintage.
Nel cast figura anche Victor Garber nel ruolo dell’ambasciatore canadese.
VN:F [1.9.22_1171] Rating: 0.0/10 (0 votes cast) VN:F [1.9.22_1171]
Page 1 of 50012345...102030...»Last »
|
|
posta di urla.it
|