EDITORIALE da: Corriere del Giorno Da mito a rito. Smarrito il senso originario di ginnastica rivoluzionaria, lo sciopero generale conosce una seconda giovinezza come deterrente. Non diversa da quella odierna di Cofferati, era l’intenzione di Napoleone quando fece sfilare in parata la Guardia imperiale, nella piana di Waterloo, sotto il naso della coalizione nemica. Sperava che l’esibizione servisse a intimorire i piùsuggestionabili tra i coalizzati, inducendoli ad abbandonare le posizioni senza combattere. E’ quel che anche il segretario della Cgil spera di ricavare dal successo dello sciopero generale di ieri. Confindustria potrebbe scambiare la prova di forza del sindacato per una prova di debolezza del governo, e decidere che la scommessa sulla chimera delle riforme non vale il rischio che fa correre alla pace aziendale. Qualche pezzo della coalizione di centrodestra potrebbe rompere i ranghi, e il governo, di conseguenza, trovare del buono nel noto aforisma andreottiano: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Sull’efficacia del deterrente, Cofferati ha puntato tutto. La posta in gioco riguarda solo di striscio la licenziabilità di parte dei futuri assunti nel Sud. Che è assurta al rango di questione di principio perché non si può ammettere che una così piccola causa inneschi un incendio così grande. E’ ciò che accadde anche nell’83, quando il governo Craxi decise di tagliare tre simbolici punti dell’indennità di contingenza (equivalenti a poche centinaia di lire) e il Pci di Berlinguer gli scaraventò contro la Cgil, manifestazioni oceaniche di protesta e un referendum abrogativo che perse catastroficamente. L’autentica posta in gioco era, ed è, il potere di veto sulle scelte del governo e della maggioranza. Rivendicato allora dal Pci, in nome della sua egemonia nel sociale, e oggi da Cofferati in nome di una duplice egemonia: della Cgil in campo sindacale e sua personale in campo politico, nei confronti di una sinistra allo sbando. Craxi vinse la partita di vent’anni fa perché intercettò il mutamento dello spirito pubblico. Gli italiani avevano smesso di credere alla favola del vento della Storia nelle vele del comunismo. Anche la vittoria elettorale di Berlusconi è stata il prodotto di un mutamento dello spirito pubblico. La maggioranza degli italiani è giunta a vedere del buono nel passaggio a cose nuove. Con la riforma, tra l’altro, di un mercato del lavoro che respinge i capitali d’investimento esteri e dà scarsa occupazione. Tutti si rendono conto che le resistenze conservatrici delle vecchie generazioni sono sempre piùdeboli e la pressione riformista dei giovani sempre piùforte. Se ne rese conto lo stesso D’Alema quando, da presidente del Consiglio, partì per riformare il mercato del lavoro e fu costretto a subire il veto di Cofferati. Se anche il governo di centrodestra si rivelasse vassallo della Cgil, il presidente Ciampi farebbe meglio a rifarsi allo stesso principio enunciato da un Papa per legittimare un’alternanza dinastica ai “re fannulloni” dei Franchi: “Chi è re di fatto, lo sia anche di nome”. Se Cofferati comanda, sia lui a governare.