Così va guardato un capolavoro

imageParla chiaro Antonio Natali, il direttore della Galleria degli Uffizi, due milioni di visitatori l’anno, presentando ai Musei Vaticani il suo elegante saggio “Michelangelo agli Uffizi dentro e fuori”

«Il museo? Non ci si va per dire “bello!”, meno che mai per farsi l’autoscatto davanti a un capolavoro. E che cosa vuol dire valorizzare? Dare valore culturale a un bene, non solo farlo fruttare…».
Parla chiaro Antonio Natali, il direttore della Galleria degli Uffizi, due milioni di visitatori l’anno, presentando ai Musei Vaticani il suo elegante saggio “Michelangelo agli Uffizi dentro e fuori” (Maschietto editore) nel quale mette a confronto due opere del Buonarroti, uno nel museo, l’altro in piazza della Signoria: il Tondo Doni e il David. Un libro “politico”, diciamo subito. Perché Natali legge i due capolavori come paradigma del modo di porsi davanti all’opera da parte del visitatore e di quello di esporlo da parte dei responsabili della raccolta. Avvertendo che dietro un dipinto, una scultura c’è un groviglio tale di significati che non la si conosce mai, tantomeno se vi si avvicina in modo acritico.

Insomma, direttore, come guardare un’opera d’arte?
«Consapevoli della sua squisita relatività. Anche la più sublime non è tale in assoluto, perché vive di relazioni. Toesca diceva che non c’è opera più inedita di un capolavoro. Basta osservarla in epoca diversa che essa ci rivela altro. Il museo, allora, non è uno scrigno di bellezze formali, ma di bellezze comunicate. Bellezze che non si possono cogliere d’istinto, come avviene per quelle della Natura. Un artista è un poeta che si esprime con la figura, perciò il linguaggio è complesso. Il suo testo va compreso nei contenuti. Niente è dipinto a caso».

Cosa ci comunica il David?
«È denso di interrogativi. Per esempio è impossibile mettersi davanti a un nudo così, che non si vedeva da mille anni, dall’arte classica, senza chiedersi: perché è cinque volte più alto del naturale e occupa una piazza? Come lo avranno giudicato i fiorentini, abituati a figurini di David, come quelli di Donatello e di Verrocchio? E che cosa avrà pensato Martin Lutero, giunto in Italia sei anni dopo il disvelamento del colosso di Michelangelo? Ancora, perché la statua non reca nella mano la testa di Golia?».

Misteri anche nel Tondo Doni.
«Intanto, è l’unico dipinto mobile del Buonarroti, che aveva il tic intellettuale di non proclamarsi pittore. Quando il Papa lo chiama per dipingere la Sistina, oppone un primo diniego “non essendo il loco bon né io pittore”. Tornando al Tondo Doni, perché quella Madonna così terrena, che occupa la gran parte del dipinto? Forse perché l’occasione dell’opera fu la maternità della moglie di Doni invece che il matrimonio del nobile fiorentino? Perché la fascia grigia che separa quella Sacra Famiglia da una serie di personaggi nudi, alcuni dei quali si strappano gli abiti di dosso? Ecco, il muro grigio è il peccato, che tiene distante il mondo dei pagani nudi, ai quali San Paolo, nella lettera agli Efesini, dice di spogliarsi dell’uomo vecchio e vestirsi di quello nuovo…».

Ci vuole pazienza per comprendere tanta complessità.
«Ma è questo che dà senso alla visita. Invece si affronta con superficialità. Si affolla la Sala del Botticelli, si fanno i selfie, si dice bello! Così si riducono i capolavori a comprimari di autoscatti. Io li ho proibiti, lo stesso ha fatto il Metropolitan di New York quattro mesi dopo, però poiché siamo malati di esterofilia i giornali hanno preferito titolare sul provvedimento adottato nella Grande Mela».

Cos’altro insegniamo ai musei stranieri?
«Beh, il Rijskmuseum di Amsterdam è rimasto chiuso anni per ristrutturazione. Gli Uffizi, le cui sale sono raddoppiate dal 2011 a oggi, sono rimasti sempre aperti».

Che intende per valorizzare?
«Ridare valore a un bene che lo ha perduto o darlo a un altro che non lo ha mai avuto. Mi spiego: agli Uffizi non esporrò mai Van Gogh, ma i giacimenti della Galleria poco conosciuti. Ecco il senso della mostra ora dedicata a Gherardo delle Notti. Invece imperversano sempre gli stessi nomi, per paura che altri non siano redditizi. Ma siccome le opere più famose spesso non si possono avere in prestito, ecco che si fa la rassegna parlando delle “ombre”. L’ombra di Botticelli, quella di Leonardo…».

A proposito lei ha detto no al sindaco di Milano, Pisapia, che le chiedeva per l’Expo l’Annun ciazione del Maestro Da Vinci.
«Ci sono principi da rispettare. Agli Uffizi è stata redatta una lista di sole 24 opere inamovibili perché connotative della raccolta. Non vanno all’estero né in Italia. C’è anche quel Leonardo. Non si deroga. È una questione di etica, tanto carente nel Bel Paese».

Un direttore non si deve preoccupare del ritorno economico?
«La gestione oculata dei flussi turistici compete all’amministrazione cittadina. A lei il compito di far restare quattro giorni a Firenze i miei due milioni di visitatori. Il ritorno allora c’è per tutti. Piuttosto, io da direttore incremento il museo diffuso inviando opere legate al territorio. In sei anni si sono potute allestire sette mostre, in centri meno frequentati, dall’Umbria al Trentino. Così si valorizza e si crea ricchezza».

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