Reeve: “Ancora un passo e tornerò a volare”

L’attore che interpretò Superman, paralizzato dalla testa in giùcompie 50 anni e comincia a muovere piedi e mani “Avevo detto che per il mio cinquantesimo sarei stato in piedi era una speranza non una profezia. Ma io non sono disperato” di OLIVER BURKEMAN SVEGLIARSI è meno duro di quanto fosse in passato. Per anni, dopo l’incidente, gli occhi di Christopher Reeve si spalancavano alle sei esatte del mattino. Nel silenzio mattutino, con la moglie Dana Morosini ancora addormentata accanto, ripercorreva con la mente tutto quello che era successo. Nei suoi sogni, Reeve non è mai stato paralizzato, scia, monta a cavallo, va in barca a vela come prima. Occorreva un’intera giornata di sforzi, di volontà, nel silenzio, per ritornare alla realtà, la realtà nella quale non può muovere, né sentire, nessuna parte del corpo sotto il collo. In questo periodo spesso non si sveglia fino a quando suona la sveglia alle otto, e quindi inizia direttamente la solita routine del mattino: prende una manciata di vitamine, l’infermiera e l’assistente gli piegano e muovono le gambe per circa un’ora per tenerle in esercizio. Poi gli fissano gli elettrodi e gli stimolano i muscoli per un’altra ora mentre cerca di fare colazione lo lavano, lo vestono e lo lasciano sulla sua sedia a rotelle, dopo avergli legato le braccia sui braccioli e sistemato l’appoggiatesta con il cuscinetto dietro al collo. Collegano un tubo alla sua gola e l’attaccano ad un respiratore, attaccano la sacca che deve raccogliere le urine.

“Sono anni che ho ormai accettato che gli altri mi facciano così tante cose”, racconta Reeve con un tono che non è soffocato dall’inalazione ed esalazione del sibilante respiratore. Alto oltre un metro e 90, ha un aspetto imponente, e il sedile della sedia a rotelle lo deve elevare di parecchio dal pavimento. Una pipetta ad aria è posizionata di fronte al viso e soffiandovi dentro riesce ad aggiustare la sedia come meglio crede. I suoi lineamenti sono tirati, ma il suo fascino è ancora lì, l’aspetto gradevole di quando era giovane che avrebbe fatto sembrare qualsiasi altra carriera, al di fuori di quella di stella del cinema, decisamente sbagliata. “Talvolta non mi accorgo nemmeno di quello che mi stanno facendo”, mi dice delle manovre mattutine cui è sottoposto. “La mia testa è altrove. Ormai è diventata una tale routine…”. Sembra strano a dirsi, ma Reeve in un certo senso è un uomo fortunato e sa di esserlo. Bedford, in Westchester County, New York, è un luogo idillico, una classica cartolina dell’America rurale. In più, ha i soldi. Ogni anno spende 270mila dollari in terapie e molte delle apparecchiature necessarie gli sono state donate dalle case produttrici. Subito dopo l’incidente nel 1995, si ripromise di camminare nuovamente il giorno del suo cinquantesimo compleanno. Compie i 50 tra una settimana. “In realtà dissi che speravo di stare in piedi per il mio cinquantesimo compleanno, e di ringraziare chiunque mi avesse aiutato a farcela”, confessa oggi, “Non ho mai detto che mi sarei alzato in piedi, ma che speravo di alzarmi in piedi. E’ da disfattisti continuare a battere su quello che avrebbe potuto essere, eppure è difficile smettere di pensare a quello che avrebbe potuto essere. Non sono disperato, ma deluso. All’inizio pensai che la speranza era il prodotto di un investimento adeguato, che significasse coinvolgere nel problema un adeguato numero di esperti e scienziati. Ma non sono questi i veri problemi, il budget dell’Istituto Nazionale della Sanità è salito dai 12 miliardi di dollari del 1995 agli attuali 27. Quello che non mi sarei mai aspettato, è che la speranza fosse influenzata dalla politica”. Nella sua autobiografia del 1998, Still Me, Reeve racconta come la sua rabbia fosse diretta su se stesso, per come avesse fallito verso se stesso, la sua famiglia la moglie Dana, il figlio Will di nove anni e gli altri due figli avuti da un precedente matrimonio, Matthew e Alexandra. “Mi angosciava il fatto che fossi diventato un pesante fardello per tutti”, scrive. Ora, invece, la sua rabbia è diretta ai leader religiosi, ai politici americani e al modo in cui hanno impedito la ricerca nella clonazione terapeutica e nel settore delle cellule staminali, ricerche che altrimenti, adesso, avrebbero già potuto portare alla sperimentazione su esseri umani di farmaci concepiti per riformare il sistema nervoso centrale di persone nelle stesse condizioni di Reeve. “Avevamo il pieno supporto del governo, sostanziosi fondi per un’aggressiva ricerca sull’uso delle cellule staminali dell’embrione, dal primo momento in cui furono identificate all’Università del Wisconsin nell’inverno del 1998. Credo che non sia irragionevole pensare che ormai saremmo alla sperimentazione sull’uomo. C’è stata una grave violazione della separazione tra Chiesa e Stato nella gestione di quello che occorreva fare con la tecnologia emergente. Ci sono gruppi religiosi credo i Testimoni di Geova per i quali è peccato sottoporsi ad una trasfusione. Che cosa accadrebbe se il presidente per qualche motivo decidesse di dar loro ascolto, invece di dare ascolto come al solito ai cattolici, che consulta sempre prima di prendere le sue decisioni in materia di ricerca sulle cellule staminali dell’embrione? Alcuni religiosi conservatori obiettano che quell’ovulo è di per sé un individuo. Non riesco a capire. Se è di per sé un individuo, questo significa che ha il medesimo status di un essere vivente. Quando gli esseri umani muoiono, il parente piùstretto ne organizza il funerale. Così, seguendo questo ragionamento, le donne dovrebbero organizzare una sorta di funerale ogni 30 giorni, quando questi presunti esseri muoiono. Capisco che sia un modo cinico di vederla, ma credo sia molto importante considerare la questione da un punto di vista strettamente logico e non emotivo”. Chi ci dice quanto concreta avrebbe potuto essere la speranza di Reeve se George Bush, dopo aver nominato una commissione per esaminare la questione della clonazione terapeutica, non avesse invalidato ogni decisione bocciando a priori la tecnica prima ancora che la commissione pubblicasse il risultato delle sue conclusioni? “Chi sa a che punto saremmo se ci fosse stato un corretto comportamento politico?” si chiede ora Reeve. La buona notizia è che si muove. Le dita di entrambe le mani si muovono un poco e riesce a stendere le gambe. Altrettanto importante, anche se poco percepibile, è la sensibilità ritrovata nel 65% del suo corpo. Sente la puntura di un ago e la differenza tra freddo e caldo. E descrive tutte queste sensazioni ritrovate in un suo nuovo libro, intitolato “Nulla è impossibile”. “Ovviamente riprendere a camminare è qualcosa di piùteatrale, perché ce ne si rende conto. Ma ritrovare la sensibilità, sentire al tatto dopo anni, è estremamente significativo. E fa la differenza: posso sentire la carezza di mio figlio. La differenza è tutta la mia vita”. Il recupero di Reeve non ha precedenti, ma insieme ai dottori ritiene che sia il risultato dell’intensa terapia fisica alla quale si è sottoposto e non è il prodotto della miracolosa forza di volontà. Ma questa battaglia non conduce alla disperazione? No, insiste Reeve che festeggerà il compleanno la settimana prossima a New York con una manifestazione per raccogliere fondi organizzata dal suo amico di sempre, Robin Williams, da Barbara Walters, Catherine Zeta-Jones e Michael Douglas. “Non consentire al pessimismo di prevalere è molto, molto importante. Sai, l’incidente è stato invalidante. Ma credo che sia meglio pensare a quello che posso fare oggi. Dobbiamo imparare a vivere una nuova vita, ma non c’è bisogno di essere Superman per farcela”. Copyright The Guardian 2002/ Traduzione di Anna Bissanti

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