Gli embrioni, la Chiesa e il mercato della fertilità

da: La Repubblica STEFANO RODOTÀ ——————————————————————————– Considerare un embrione come un individuo non comporta l’illegittimità dell’aborto? Bastano questi interrogativi per mettere in dubbio l’opportunità stessa d’un intervento legislativo. Anche perché — lo ricordava ieri Demetrio Neri — sono possibili forme differenziate di tutela dell’embrione, alcune delle quali già desumibili dalle norme vigenti. Per valutare l’altra vicenda, quella degli embrioni esportati negli Stati Uniti serve un esercizio di memoria e un’analisi rigorosa della realtà. Non basta scandalizzarsi. Come si sa, indignatio facit versum, ma sicuramente non produce buone regole. Si ripete da anni che in Italia esiste un vuoto legislativo nella materia della riproduzione assistita. È una mezza verità. All’origine della situazione attuale, infatti, non vi è la mancanza d’ogni norma, ma una regola sbagliata: il lontano divieto del ministro della Sanità di praticare la fecondazione con seme di donatore negli ospedali pubblici. Piùpassa il tempo, piùquesta decisione si rivela assurda. Ci si sarebbe aspettati, se mai, la regola opposta, che riservasse alle sole strutture pubbliche le pratiche piùdelicate e controverse, appunto quelle legate alla fecondazione con seme di donatore.

Si è invece abbandonata alla sola attività dei privati la parte piùlucrosa e impegnativa della riproduzione assistita. Quando si tuona contro il mercato bisogna ricordare quella decisione e le gravi responsabilità di chi la prese. La ragione di quella scelta fu tutta ideologica. Poiché la Chiesa era e rimane contraria a quel tipo di riproduzione assistita, il ministro della Sanità del tempo, il democristiano Degan, allineò lo Stato su quella posizione e, con atto di sublime ipocrisia, allontanò quelle pratiche dalle trasparenti strutture pubbliche, chiudendo gli occhi su quanto poteva avvenire all’ombra del privato. Negli anni successivi alcuni (pochi, per la verità) cercarono non solo di richiamare l’attenzione sulla necessità di cancellare quell’assurda circolare ministeriale, ma sottolinearono anche l’urgenza di una regolamentazione ministeriale dei centri per la riproduzione assistita, per garantire la trasparenza della loro attività, un’adeguata informazione alle donne, la tenuta di statistiche attendibili, il rispetto di alcuni protocolli clinici. Non si è mai voluto fare questo primo passo, sulla cui urgenza ho insistito infinite volte. Il boicottaggio di una ragionevole disciplina giuridica è venuto dai molti che si opponevano ad un intervento ministeriale sostenendo che era accettabile solo una legge generale, votata dal Parlamento. Di nuovo approssimazione e ipocrisia. Il regolamento ministeriale era rifiutato perché, pur costituendo una disciplina minima, avrebbe comunque rappresentato una legittimazione delle pratiche di riproduzione assistita alle quali ci si opponeva per le ragioni già ricordate. La legge veniva invocata perché si sperava di usarla come strumento per introdurre una disciplina fortemente proibizionista, riflesso d’una ideologia, non d’una riflessione comune. Conclusione: mercato selvaggio perché non si è voluto procedere razionalmente, disciplinando subito l’attività dei centri (come s’era fatto in altri paesi) e affrontando poi la discussione di una legge senza i condizionamenti d’una attualità troppo stringente e attraversata piùda emozioni che da riflessioni. E la situazione è via via peggiorata, quando ai condizionamenti ideologici ed agli opportunismi si è aggiunta una piùgenerale confusione culturale. Il ministro della Salute parla ora proprio di interventi “amministrativi”. Con vent’anni di ritardo, dunque, si riconosce che questa era la strada da imboccare per prima. Mi auguro che si possa arrivare a un regolamento sobrio e non ideologico (esiste un testo a suo tempo predisposto dal ministro Guzzanti, rimasto nei cassetti per la pochezza culturale di alcuni e le resistenze ideologiche di altri che oggi tuonano contro la mancanza di regole). Ma non sono ottimista, perché quel regolamento sarebbe comunque tardivo e perché temo che a esso potrebbero essere affidati obiettivi illusori. Un solo esempio: il divieto ministeriale di portare all’estero gli embrioni, che dovrebbe evitare casi come quello dei giorni scorsi. Quali le conseguenze di questo divieto? Le coppie interessate non rinuncerebbero al loro progetto. Semplicemente si affiderebbero fin dall’inizio a ginecologi del luogo dove la maternità di sostituzione è considerata lecita e che si occuperebbero del “ciclo completo”, dalla creazione degli embrioni fino al loro impianto nella donna portatrice. Conseguenza ulteriore: questo tipo di riproduzione assistita diverrebbe, ancor piùdi oggi, un privilegio di chi dispone di ingenti risorse finanziarie. Effetto finale: sarebbe socialmente delegittimata la norma italiana, aggirabile da chiunque abbia denaro per farlo. Questo è il contesto e queste le variabili da tener presenti quando si affrontano temi che, nel loro insieme, sfuggono ormai alla sola dimensione nazionale. Ne ho parlato su questo giornale poche settimane prima del caso dei gemelli nati grazie ad una donna portatrice, ricordando che vi sono ormai forme di regolamentazione che devono fare i conti con una realtà planetaria che moltiplica le possibilità di soddisfare bisogni utilizzando le opportunità offerte da sistemi giuridici diversi. Quel caso conferma che il “turismo procreativo” è una realtà, che dobbiamo seriamente analizzare se vogliamo soluzioni efficaci di problemi complicati proprio da quella globalizzazione di cui continuamente parliamo. Aggiungo subito, per evitare obiezioni stupide, che analizzare la realtà per quello che è, e non per quello che si vorrebbe che fosse, non significa affatto accettare tutto quel che accade. Ho scritto mille volte che è inaccettabile cambiare paese per comprare un rene da un disperato turco o indiano, o andare alla ricerca di luoghi dove sperimentare la clonazione riproduttiva umana. Ma dobbiamo essere capaci di distinguere le situazioni estreme da quelle per le quali sono legittime valutazioni diverse, sì che ciascuno dev’essere lasciato libero di scegliere senza che un gruppo, un’ideologia, una religione pretenda di imporre il proprio punto di vista. Nell’ultima vicenda dell’utero in affitto il punto estremo è rappresentato dal fatto che la “prestazione procreativa” della donna è compensata con denaro, sì che il corpo della donna diventa una merce da scambiare sul mercato. Questo è contrario alla Convenzione europea di biomedicina e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che vietano “di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro”. Questi testi incorporano un valore forte e condiviso, fanno nascere un “modello europeo” che si contrappone nettamente a quanti ritengono che, anche in queste materie, debba valere solo la logica di mercato. Ma, per battere questa logica, non basta opporsi alla commercializzazione nella materia dei trapianti o della maternità surrogata. Oggi vi sono Stati che vendono le informazioni genetiche dei loro cittadini, si accetta la riduzione a cavie umane retribuite di persone sulle quali si sperimentano farmaci, si allargano giorno dopo giorno le possibilità di brevettare il vivente. Servono, allora, regole internazionali che combattano la riduzione a merce del corpo umano, ovunque e comunque si manifesti.

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