“L’Europa rifonderà il capitalismo”

sarkozy01gOggi a Roma il vertice con Silvio Berlusconi. Sarkozy: la crisi deve diventare un’opportunità

Con l’inizio negli Stati Uniti della presidenza di Barack Obama sembra configurarsi uno scenario geopolitico piùmultilaterale. La Francia ha incrementato la sua presenza in alcune aree come l’Afghanistan, il Medio Oriente, l’Iran e l’Iraq, tradizionali feudi degli Stati Uniti. Qual è il ruolo che lei intende svolgere durante il suo mandato e con quali possibilità concrete? E quale ruolo intravede per l’Europa, considerate queste nuove ambizioni?
“Io voglio che la Francia sia fedele ai suoi valori e si assuma le proprie responsabilità nelle questioni mondiali, impegnandosi ovunque possa essere utile, per contribuire alla ricerca delle soluzioni. È quanto abbiamo fatto aiutando il Libano a uscire dalla crisi politica nella quale era sprofondato; è quanto abbiamo fatto in Darfur; è quanto abbiamo fatto in occasione della guerra tra Russia e Georgia, dove mi sono recato, in qualità di Presidente dell’Unione Europea, pochi giorni dopo l’inizio degli scontri, per ottenere il cessate il fuoco; ed è quanto abbiamo fatto durante il conflitto a Gaza, proponendo il piano di pace franco-egiziano che ha consentito di mettere fine alle violenze. In tutte queste circostanze, ho tenuto a che i nostri partner europei fossero pienamente coinvolti e, nei casi in cui era possibile, ho proposto che queste iniziative fossero iniziative europee. Per me era essenziale, in quanto credo in un’Europa politica, che agisce, che si impegna e che fa sentire la sua voce nel mondo. L’Europa è un fantastico moltiplicatore di potenza. Non siamo mai tanto forti come quando siamo uniti, mai tanto ascoltati come quando ci esprimiamo con una voce sola. Lo abbiamo visto con la crisi russogeorgiana, in cui per la prima volta l’Europa è stata in grado di mettere fine, da sola, a una grave crisi scoppiata nel suo continente. Lo abbiamo visto anche con la crisi economica, in occasione della quale l’Europa è riuscita a convincere il mondo ad unirsi per dare una risposta coordinata e concertata. Ma la Francia e l’Europa non vogliono fare concorrenza a nessuno. Lei parla di feudi, ma questo è un termine privo di qualsiasi significato per me. Io non concepisco il mondo come uno spazio da suddividere in zone d’influenza. Credo al contrario che abbiamo bisogno di tutti, di tutte le energie per far muovere le cose. Siamo entrati in un’era di “potenze relative”, in cui nessun Paese è più in grado di imporre la propria visione delle cose, e in cui nessuno può sperare di risolvere da solo i problemi del mondo. Per affrontare le grandi sfide del nostro tempo è indispensabile cooperare. Questo è il motivo per cui mi rallegro del fatto che l’amministrazione Obama abbia optato con chiarezza per la concertazione. Ed è anche il motivo per cui la Francia si batte per un profondo rinnovamento della governance mondiale e una maggiore rappresentatività delle istituzioni internazionali, poiché è questa la condizione che ne garantisce la legittimità, e quindi l’efficacia. Nel nuovo concerto di nazioni che si va delineando, l’Europa è in grado di fornire al mondo un contributo insostituibile, in quanto la cooperazione tra “potenze relative”, in fin dei conti, non è altro che ciò che noi europei mettiamo in pratica quotidianamente da oltre cinquant’anni. L’essenza del progetto europeo è esattamente quella di far prevalere le idee di partenariato e solidarietà su quelle di concorrenza e rivalità. Nell’ora in cui siamo chiamati a reinventare le relazioni e le istituzioni mondiali del XXI secolo, l’Europa deve proporre al mondo questo approccio collaborativo”.

La presidenza francese dell’Unione Europea è unanimemente considerata unmomento di grande dinamismo per l’Unione. Eppure adesso pare che in tutti i settori si sia tornati al solito, cauto immobilismo, per evitare l’accentuarsi dei motivi di divisione e delusione. Quali sarebbero, a suo parere, le azioni immediate e necessarie da intraprendere per rilanciare l’integrazione?
“Io non credo che l’Europa sia diventata immobile. Domenica scorsa eravamo a Berlino, con gli europei del G20, per preparare il vertice di Londra del 2 aprile; domenica prossima ci incontreremo a Bruxelles per una riunione straordinaria dei 27 sulla crisi economica e finanziaria e il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo sarà essenzialmente dedicato alle questioni economiche e finanziarie. Queste riunioni sono indispensabili per approfondire il nostro coordinamento, per agire insieme di fronte a una crisi che colpisce tutti noi. Sin dall’inizio di questa crisi, ieri sotto la presidenza francese e oggi sotto la presidenza ceca, l’Europa è stata il motore delle iniziative finalizzate a rifondare il sistema economico e finanziario internazionale. Le ricordo che siamo stati noi europei a proporre e ottenere l’organizzazione del primo G20 a Washington, che ha consentito – ed è un risultato storico – alle principali economie del pianeta di mettersi d’accordo per dare una risposta concreta e concertata alla crisi. Il vertice di Londra deve permetterci di compiere ulteriori progressi in tema di regolamentazione dei mercati finanziari e di riforma della governance economica mondiale. Gli europei dovranno presentarsi uniti e determinati, poiché è in gioco la Rifondazione del capitalismo. L’Europa è rimasta profondamente impegnata anche in tutte le altre grandi questioni internazionali. Penso in particolare a Gaza, dove l’azione degli europei è stata decisiva per ottenere il cessate il fuoco. La missione che abbiamo condotto in Israele e in Egitto, insieme a Silvio Berlusconi, Angela Merkel, Gordon Brown, José Luis Zapatero, Mirek Topolanek e José Manuel Barroso, ha avuto un ruolo determinante e ha dimostrato che l’Europa è oramai pronta ad assumersi le proprie responsabilità nella regione. Il cessate il fuoco che è stato ottenuto è fragile, adesso bisogna consolidarlo. Inoltre, è essenziale che i negoziati di pace riprendano al piùpresto, con l’obiettivo di creare rapidamente uno Stato palestinese moderno, democratico e sostenibile, in quanto questo è l’unico modo di dare una soluzione duratura alla crisi. L’Europa rimarrà pienamente impegnata per aiutare le parti a raggiungerla”.

In questi ultimi mesi, la strategia per affrontare la crisi economica internazionale e le sue conseguenze in Francia è diventata il principale motivo di preoccupazione della sua presidenza. Lei ha proposto di rinnovare il capitalismo in senso etico. Ma i suoi vicini europei accusano invece la Francia di perseguire un protezionismoantico e pericoloso. Può spiegarci la sua azione?
“Le misure che abbiamo adottato, in particolare nel settore dell’industria automobilistica, non sono affatto protezionistiche. Bisogna parlare con cognizione di causa. Protezionismo significa imporre barriere – legislative o normative – per impedire l’ingresso di prodotti stranieri o di imprese straniere nel mercato francese. Ha forse riscontrato qualcosa di simile nelle misure che abbiamo adottato? Chiaramente no. Io conosco fin troppo bene le insidie di quel tipo di politica. Tra l’altro, sin dall’inizio della crisi sono stato uno dei primi leader a mettere in guardia contro gli errori del passato, il protezionismo e la tentazione di ripiegarsi su sé stessi. Sono sempre io che, per primo, ho proposto dal podio delle Nazioni Unite, lo scorso settembre, che il mondo si unisse e desse una risposta concertata alla crisi, e da quella proposta è nato il G20. L’industria automobilistica, che in Europa dà lavoro a milioni di persone, sta attraversando una crisi gravissima. La Francia ha sempre sostenuto la necessità di un piano europeo ma, nel frattempo, bisognava agire, ed è quello che abbiamo fatto. Lo abbiamo fatto dialogando costantemente con la Commissione europea e nel pieno rispetto del mercato interno. Sono dispiaciuto per le polemiche, lo ripeto, infondate riguardo ai contenuti del piano predisposto dalla Francia. Noto peraltro che un gran numero dei nostri partner europei ha adottato misure analoghe. Sono perfettamente consapevole del fatto che non potremo uscire da questa crisi se non lavorando insieme, in modo coordinato e concertato. So bene fino a che punto tutti noi, a cominciare dai costruttori di automobili, godiamo dei vantaggi del grande mercato europeo, senza il quale sarebbe impossibile raggiungere dimensioni sufficienti ad affrontare la competizione mondiale. Ma penso anche che, di fronte ad una crisi di questa portata, non possiamo fare finta di niente. E, soprattutto, non abbiamo il diritto di rassegnarci. I nostri concittadini non ce lo perdonerebbero, e avrebbero ragione. L’essenziale è agire insieme. E’ quello che la Francia non smette di ripetere dall’inizio della crisi”.

Dopo quasi due anni di mandato, ritiene che i progressi sulla via delle riforme da lei tracciata siano soddisfacenti? Si moltiplicano gli scioperi, le proteste, i conflitti sociali: le resistenze opposte dalle amministrazioni pubbliche, dai sindacati, dalle scuole, dal mondo del lavoro, insomma da una Francia che rifiuterebbe la sua rottura, le sembrano piùtenaci di quanto immaginasse prima di avviare le sue riforme?
“Non è questa la mia analisi. Quello che vedo, contrariamente a lei, è una Francia in cui, persino all’apice di una crisi tanto violenta quale quella attuale, è ancora possibile parlare di riforme. È una Francia che, nonostante le difficoltà che attraversiamo, sa che dobbiamo continuare il nostro sforzo di modernizzazione se vogliamo raccogliere le sfide che dobbiamo affrontare. Troppo spesso, in passato, le difficoltà economiche si sono tradotte in una pausa nelle riforme, che altro non significava se non il loro accantonamento. Troppo spesso si è voluto rispondere alle legittime preoccupazioni dei nostri concittadini colpiti dalla crisi spiegando loro che da quel momento in poi non si sarebbe più toccato niente… e ci si stupiva del fatto che si sentissero ancora più preoccupati. Certo, la crisi provoca sconvolgimenti che non si possono ignorare. Lo Stato deve andare in aiuto dei piùdeboli, di quelli che sono colpiti più duramente, è una questione di giustizia. Ecco perché, dopo avere incontrato tutte le parti sociali, ho annunciato la scorsa settimana importanti misure di sostegno per i nostri compatrioti che risentono maggiormente di questa situazione: penso a chi ha perduto il posto di lavoro o è finito in cassa integrazione, o a chi ha una formazione che non è piùadeguata al mondo del lavoro di oggi, in particolare ai giovani. Ho anche deciso una sostanziosa riduzione, per quest’anno, dell’imposta sul reddito per le famiglie meno abbienti della classe media. Ma, nella sostanza, la crisi non rimette in discussione la necessità delle riforme che abbiamo avviato, anzi le rende ancora piùurgenti e ancora piùnecessarie. E credo che la stragrande maggioranza dei francesi ne sia convinta. Ciò non significa che sia facile riformare in un periodo come questo, che suscita molta angoscia tra i nostri concittadini. Lei ha citato alcuni casi nei quali, lo ammetto, possono esserci state incomprensioni e per i quali abbiamo preferito prolungare le discussioni con le parti interessate.Mal’ascolto fa parte del nostro ruolo di leader e, in fin dei conti, non è un dramma continuare a dialogare per tenere conto al meglio dei timori espressi. Francamente, se guardiamo ai profondi cambiamenti che abbiamo avviato da 21 mesi a questa parte, con il governo di François Fillon, non c’è nulla di strano se di tanto in tanto è necessario discutere un po’ piùa lungo del previsto per trovare un accordo. L’errore sarebbe rinunciare a fare una riforma di cui il Paese ha bisogno. Peraltro, le faccio notare che su tutte le questioni che lei ha citato non è la necessità della riforma ad essere messa in discussione, ma le sue modalità. L’ho detto ai francesi sin dall’inizio della crisi: fare di questa situazione un pretesto per fermare le riforme sarebbe un grave errore strategico e storico. La crisi ci dà, al contrario, una straordinaria opportunità di fare i cambiamenti di cui i nostri Paesi hanno più che mai bisogno, poiché il mondo non starà ad aspettarci. Osservo che questa è anche l’analisi del governo italiano, il quale ha avviato anch’esso un ambizioso processo di riforme”.

Le relazioni italo-francesi nei settori economico, politico e culturale sembrano eccellenti mala vicenda degli ex militanti di estrema sinistra italiana rifugiati in Francia ha sollevato in Italia un’ondata di scontento generale. Possiamo dire che la dottrina Mitterrand è rimasta in vigore e che qualora si presentassero altri casi analoghi verrebbe adottata la stessa linea di condotta?
“Qualunque sia stata la linea seguita in passato nei confronti degli ex Brigatisti rossi, la Francia ha compiuto, nel 2002, una scelta molto chiara, sulla quale non ritornerà: quella della cooperazione con l’Italia. Nel caso di Marina Petrella, che avevamo deciso di estradare, alla fine ho scelto di modificare questa decisione, date le sue gravissime condizioni di salute. I medici ci dicevano che non era assolutamente trasportabile. Ho dato ascolto al dolore espresso dai familiari delle vittime e ho tenuto a ricevere i loro rappresentanti all’Eliseo. La mia consorte lo ha fatto nuovamente, poco tempo fa. Nella sostanza la mia politica non è cambiata e lo voglio ripetere qui, nel modo piùchiaro possibile: la Francia esaminerà con la piùgrande disponibilità tutte le future richieste dell’Italia, grande democrazia amica. Lei ha ragione di ricordare che le relazioni tra i nostri Paesi sono eccellenti. E questo vale per tutti i settori: la cultura e l’istruzione, naturalmente, la difesa e l’azione esterna, in cui i nostri Paesi condividono la stessa visione del mondo e un’identica volontà di aiutare i popoli che si dilaniano a riconciliarsi, ma anche il settore economico e industriale, che è un punto molto forte del nostro legame. I vertici bilaterali, come quello che si svolge oggi a Roma, rappresentano un’occasione per rafforzare le nostre cooperazioni, mettendo l’accento su temi strategici. Quello di Roma sarà un grande vertice, che farà registrare importanti passi avanti, soprattutto in materia di cooperazione energetica, e in particolare nel settore nucleare. In questo contesto, stiamo sviluppando un rapporto molto forte e equilibrato tra i nostri due paesi e le nostre grandi imprese. Mi riferisco naturalmente a Edf e Enel, che costituiranno le due componenti dell’asse energetico transalpino che stiamo varando. Io voglio sviluppare un partenariato ambizioso e moderno con l’Italia, che guardi al futuro con determinazione, in quanto sono convinto che i nostri due Paesi possono fare grandi cose insieme! “

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