Europa, l’oggetto sconosciuto

Toni Negri Il dibattito sull’Europa si è incentrato nella sinistra italiana sulla questione della Carta e, nella sinistra europea, sulla questione delle garanzie sociali. In questo contesto sembra che, a certe condizioni, tutti abbiano interesse a costruire l’Europa. Ma il dibattito ha lasciato finora oscura la questione principale: quale è l’Europa che si vuole costruire. Assumiamo, in linea di ipotesi, di parlare dell’Europa politica, ovvero di un potere politico che si esercita sullo spazio europeo e ne struttura società e mercato in forme politiche, giuridiche e amministrative adeguate. Questa forma di unità europea si dota di poteri di politica estera e di difesa e costruisce attraverso strutture federali un centro politico ed amministrativo dell’Europa ed un rapporto costituzionale con le differenti regioni che la compongono. Ma vi è qualcosa di più: per Europa politica si intende infatti anche un nuovo processo di legittimazione politica che viene dal basso, quindi democratico e federale. Bene, dopo aver tanto discusso della fondazione di una costituzione formale (lungi da me pensare che non sia importante!) vogliamo cominciare a discutere di quella materiale? Per cominciare, chiediamoci, secondo i dettami della scuola realista: se c’è una prospettiva costituzionale, materiale politica prossima, di un’Europa unificata, chi ha interesse a che questa Europa non si faccia? Innanzitutto il potere imperiale Usa. Qui non si tratta di fare delle ipotesi: abbiamo delle certezze. Finché si tratta di appoggiare un mercato comune europeo che costituisca uno spazio di penetrazione industriale, finanziaria e culturale gli Usa non hanno problemi. Ma gli europei devono stare al loro posto su ogni altra materia e ciascun paese è di conseguenza ben inquadrato nella struttura della Nato e singolarmente trattato in una serie di accordi bilaterali. Dopo la caduta del Muro di Berlino, con l’attenuazione della funzione strategica della Nato, l’Europa è diventata la preoccupazione centrale della politica americana. Nel suo libro su Il primato americano, Rita Di Leo ha ben chiarito come le élites americane sempre piùfrequentemente e con sempre maggiore intensità vengano sviluppando resistenza alla costituzione dell’Europa politica.

Ma questo atteggiamento non sarebbe di per sé tanto grave se non trovasse in Europa una sponda sulla quale risonare. E’ quella che costituisce il grande capitale multinazionale europeo, quale che sia il suo colore nazionale, la forma della sua integrazione nelle specifiche strutture amministrative dello Stato o i settori merceologici nei quali opera. Qui è l’interesse del capitale collettivo mondiale che emerge e pone la sua legge. Gli Stati Uniti ci garantiscono la gestione del mercato mondiale – dicono le centrali multinazionali del capitale europeo -, perché mai dovremmo assumerci la responsabilità di creare alternative alle funzioni di sicurezza (nella comunicazione, nella finanza o nelle attività di polizia) che Washington ci fornisce? Certo, i nostri concorrenti americani non sono gentili e la concorrenza è spesso dura sul livello internazionale. Tuttavia i mercati finanziari sono aperti, e lo è anche il sistema culturale e comunicativo dell’Impero; sempre di piùanche il sistema politico americano diventa permeabile ai nostri interessi ed alla loro rappresentanza. Perché mai, dunque, opporci, in quanto capitalisti europei che agiscono sul mercato mondiale, alla legge della superpotenza americana? Perché costruire un’Europa politica che andrebbe presto in collisione con l’interesse dello Stato e della nazione americani? Certo – soggiungono i capitalisti multinazionali europei – anche a noi farebbe comodo avere uno Stato europeo che ci desse una mano nella gestione immediata, diretta dei nostri interessi: sarebbe bello trasferire sul terreno europeo quei rapporti privilegiati e quel pantouflage che ha sempre caratterizzato i rapporti tra padroni e politici negli Stati-nazione nell’ultimo secolo. Ma i tempi sono trascorsi… Chi ha interesse di contro a che l’Europa politica si faccia? Anche in questo caso le opinioni sono varie ma, credo, ci sono soprattutto due posizioni che vanno tenute presenti. Innanzitutto il punto di vista proletario. Si sa che in Europa oggi il proletariato è costituito da due strati fondamentali: il primo è il proletariato tradizionale che lavora nella grande industria e nelle grandi infrastrutture pubbliche, che è ancora rappresentato dai sindacati e che ha subito le piùforti sconfitte nell’ultimo trentennio. Il secondo strato è rappresentato da una maggioranza di operai sociali, vale a dire di forza lavoro immateriale, altamente qualificata dal punto di vista tecnologico, che è venuta formandosi nell’ultimo ventennio, facendosi tendenza generale ed imprimendo alla società intera le sue caratteristiche di vita. Ora, se noi ascoltiamo quel primo strato, non potremo riconoscervi che una sorda e violenta opposizione all’estensione delle strutture del mercato mondiale, sulle quali è rovesciata ogni responsabilità relativa all’insicurezza crescente del posto di lavoro, delle garanzie di welfare e della stessa possibilità di rappresentanza politica. Quanto al secondo strato, ci troviamo al contrario di fronte a un’apertura alla mobilità internazionale e una disponibilità alla cultura cosmopolitica, che fa a pugni con l’atteggiamento del proletariato industriale di un tempo. E l’Europa? Sembra davvero che costituisca un oggetto sconosciuto fra questi strati del proletariato; entrambi infatti si collocano rispetto all’Europa solo indirettamente, come se fosse un sottoprodotto dello sviluppo mondiale dei rapporti di produzione…. Gli uni quindi sono contro l’Europa perché la vedono come una faccia della mondializzazione; gli altri (quasi) a favore per la stessa ragione, ma svogliatamente e con enorme sospetto. C’è tuttavia un gruppo sociale, molto importante, che ha interesse a che l’Europa si faccia. Sono le donne e gli uomini che costituiscono la borghesia intellettuale tecnocratica nei diversi paesi europei. Essa partecipa delle strutture statali, politico-amministrative e sociali, in prima posizione. Essa ha forgiato, nelle amministrazioni dei singoli Stati-nazione, i sistemi di riproduzione sociale nonché la propria figura. Questa intellettualità borghese ha interesse all’Europa, la immagina come un nuovo Stato, forse addirittura come una nuova nazione, nella quale operare funzionalmente ed identificare il proprio destino. I due meccanismi sui quali si punta, in maniera concorrente, per determinare il futuro immediato dell’Europa costituzionale (quello di nascere da una struttura giuridico-burocratica e dalla sua pratica centralizzata, ovvero, in secondo luogo, quello di nascere da una Carta costituzionale), rappresentano due utensili che questa borghesia tecnocratica intellettuale utilizza con grande determinazione. Questa borghesia è motivata e spinta ad agire dalla consapevolezza che nella mondializzazione, nell’Impero non potrebbe che essere personale amministrativo subordinato e marginale. Le élites industriali possono permettersi di mandare i figli a Harvard e di mettere i soldi a Wall Street; oggi cominciano anche a investire nel finanziamento delle campagne elettorali americane…. alla borghesia tecnocratica industriale europea non resta, di contro, altra possibilità che costruire e integrarsi alle strutture amministrative europee. Di qui la sua vocazione europeista. Il processo attuale di formazione dell’Europa politica è quindi, sostanzialmente, un coacervo di contraddizioni molto forti. Quando si segue la cronaca della genesi dell’Europa politica, si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a un enorme gioco di bussolotti o, se si vuol dire scientificamente, all’efficacia di una dinamica dominata dalla “eteronomia degli scopi e/o dei fini”. Ciò significa che succede sempre il contrario di quel che ci si aspettava e che ogni singolo passo in avanti è allo stesso tempo un passo indietro. I protagonisti cambiano, e con essi la poste in gioco. Quel che è certo è che in questa maniera l’Europa non si farà, perché quando si crede di andare in avanti si creano in realtà delle impasses pericolose; e le tensioni costruttive si rovesciano e provocano danni per tutti i cittadini europei. L’euroscetticismo non è malattia di deboli, ma una realistica presa di posizione di chi ha saputo guardare l’attuale sviluppo. Eppure dell’Europa abbiamo bisogno. Voglio sostenere che chi ha il maggiore interesse a che l’Europa politica si faccia è il proletariato europeo. Naturalmente, se quest’interesse non si vede, e anzi si vede il proletariato europeo scisso tra le due tendenze al nazionalismo e al cosmopolitismo, al posto fisso e alla mobilità internazionale, questo significa soltanto che un interesse comune deve essere costituito. Significa anche, con tutta probabilità, che solo costruendo questo interesse del proletariato all’Europa si potrà costruire l’Europa. Torniamo agli spunti di analisi che precedentemente avevamo avanzato. Da un lato avevamo identificato un proletariato industriale sempre meno importante che si volgeva, con i suoi sindacati, verso la difesa del suo proprio interesse, riconoscendolo solo nella vecchia struttura dei compromessi nazionali. Questo strato di proletariato, se vuole evitare una collocazione propriamente reazionaria, fascista e sciovinista nell’insieme del sistema politico europeo, dovrà aprirsi alla consapevolezza che oggi l’egemonia nel proletariato è rappresentata dagli strati dell’intellettualità di massa. Il vecchio proletariato sta a quest’ultima come i contadini stavano, un secolo fa, agli operai di fabbrica. Io credo che la parola d’ordine della gestione delle fabbriche da parte degli operai possa e debba oggi essere ripresa, nella completa consapevolezza che ciò non rappresenterà per nulla un evento rivoluzionario; permetterà tuttavia di consolidare, fuori da una sorta di regime fascista della produzione, la possibilità degli operai di gestire autonomamente la dissoluzione del sistema delle fabbriche guardando al futuro. Un futuro che è già quello che l’intellettualità di massa vive e propone. Non dobbiamo ripetere l’errore compiuto negli anni Settanta, quando alle istanze di rinnovamento mobile e intellettuale del produrre ha risposto, all’unisono con le forze piùreazionarie del paese (in tutta Europa, certo, ma soprattutto in Italia), la repressione delle corporazioni operaie. Oggi si tratta di ricostruire quell’unità del fronte proletario che vent’anni fa gli operai, organizzati nei sindacati, non seppero predisporre per il futuro – ma di farlo attorno all’egemonia dell’intellettualità di massa. Ma, si dirà, questa è un’utopia! Lo è certamente, se consideriamo le attuali difficoltà degli strati industriali del proletariato a resistere e dell’intellettualità di massa ad organizzarsi. La mia ipotesi è basata tuttavia proprio su questa difficoltà: essa propone che l’utopia trovi un luogo di realizzazione, che l’Europa sia il nuovo topos di unificazione e di organizzazione del proletariato. Bisogna rovesciare l’ordine dei fattori: non è la costituzione europea il primum; lo è piuttosto una riorganizzazione del proletariato che trovi al suo centro l’idea di Europa. Se noi vogliamo l’Europa, non possiamo volerla come un nuovo Stato o peggio come una nuova nazione. Possiamo vederla solo come una macchina di produzione di soggettività, come un programma di liberazione che trova nell’Europa il suo spazio adeguato; meglio, lo spazio adeguato per un esperimento cruciale. La leva di questo processo non può che essere l’intellettualità di massa, ovvero quel proletariato che oggi è diffuso nella produzione sociale e nei servizi. Esso guarda in maniera privilegiata al mercato mondiale come spazio sul quale realizzare la propria soggettività. Ma quest’affermazione, su quello spazio, è impossibile. E’ l’Europa invece uno spazio adeguato alla realizzazione dell’utopia? Io sono convinto che sì. Il discorso dovrebbe qui essere rilanciato per comprendere l’insieme dei problemi che questa questione solleva. A me basta, tuttavia, in attesa di riprendere il ragionamento un’altra volta, ibridare qui la questione con il ricordo di una polemica che un secolo fa attraversò il movimento operaio: intendo la polemica fra Rosa Luxemburg e Lenin sul ruolo del movimento nazionale nella costituzione della strategia insurrezionale anti-capitalista. Si sa come la posizione della Luxemburg (internazionalista e cosmopolita) fosse opposta a quella dei bolscevichi che consideravano la nazione come spazio privilegiato per la preparazione dell’alternativa rivoluzionaria. Ora, il problema non è piùquesto, anche se, mutatis mutandis, delle analogie sono possibili. Quello che interessa è che per entrambi, la Luxemburg e Lenin, il problema centrale consisteva nel trovare il punto sul quale far leva. Identificare il punto piùdebole, che era, naturalmente, agire dove la classe operaia era piùforte. Oggi porre il problema dell’Europa come momento in cui le forze del proletariato immateriale potrebbero trovare luogo e potenza, è un po’ cercare ed identificare il punto debole dove il proletariato è piùforte. Fare dell’Europa il centro del discorso di ricostruzione della sinistra è mettersi su questa strada

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