La Cgil decide: alla ripresa autunnale sarà sciopero generale

di Felicia Masocco La Cgil raddoppia e accanto agli scioperi regionali mette in campo uno sciopero generale nazionale da farsi in autunno per i diritti e per lo sviluppo, ovvero contro tutta la politica economico-sociale del governo che nel bilancio di un anno mostra di essere un fallimento. Il piùgrande sindacato italiano si appresta a cambiare segretario, non la linea che era e resta quella di contrastare le scelte dell’esecutivo giudicate negativamente a cominciare da pensioni, fisco, mezzogiorno, oltre ai diritti come l’articolo 18. Lo sciopero generale proposto martedì al comitato direttivo (la decisione formale oggi alla chiusura dei lavori) sarà il primo sotto la guida di Guglielmo Epifani, quelli regionali gli ultimi sotto quella di Sergio Cofferati “è il segno di un percorso coerente”, spiega il successore designato. Martedì il direttivo ha nominato la commissione dei saggi (sono sei) che avviando le consultazione tra i 156 membri del direttivo porterà al prossimo appuntamento dell’8 luglio al cambio della guardia. È stato proprio Epifani a comunicare la proposta dello sciopero precisando che le modalità e i tempi verranno indicati successivamente “probabilmente si farà in autunno”, dice. Basta infatti fare un po’ di conti per capire che il ricorso alla piùforte tra le azioni di contrasto non può che cadere dopo l’estate: prima ci sono gli scioperi articolati per regione (tra il 20 giugno e l’11 luglio); poi le ferie. Ma soprattutto da qui all’autunno le decisioni del governo saranno finalmente chiarite, arriva in aula la legge che modifica lo Statuto dei lavoratori, lo sciopero generale si farà in concomitanza. “Sarà uno sciopero contro il governo e contro Confindustria – spiega Epifani – i nostri avversari non sono né Cisl né Uil che secondo noi sbagliando hanno deciso di trattare”. E proprio il leader cislino Savino Pezzotta martedì per la prima volta non ha nascosto la possibilità che sul tavolo del lavoro maturi un accordo separato, senza la Cgil che come è noto non partecipa a quel negoziato. Siede invece agli altri confronti aperti, sul fisco, sul Sud e sul sommerso, e continuerà a farlo nel tradizionale solco sindacale della trattativa piùla lotta. In ogni caso, fin qui, la bocciatura delle politiche intraprese è pressoché totale. Il paese non cresce, “e pensare che l’attuale coalizione al governo criticava il tasso di crescita degli anni precedenti mentre ora è addirittura piùbasso”, fa notare Epifani; i conti pubblici non vanno bene, il governo vuole ridurre i diritti e mettere mano agli equilibri previdenziali, vuole toccare il Tfr, non ha nessuna idea per il Mezzogiorno. La piattaforma dello sciopero seguirà questo tracciato: “È una scelta che la Cgil compie in piena responsabilità e coerenza”. Uno sciopero che per contenuti assomiglia molto a quello unitario del 16 aprile, ora la Cgil va avanti da sola: “Noi abbiamo espresso il nostro punto di vista, se Cisl e Uil vorranno condividere con noi queste scelte penso che sarebbe bene”. La linea scelta da Cofferati negli ultimi mesi, secondo il numero due della Cgil, è “chiara e coerente, non c’è nessun settarismo o massimalismo”. Sarà una “battaglia non breve” annunciava l’attuale leader poche ore prima davanti ai lavoratori edili. Una battaglia lunga fatta di molte cose: per estendere i diritti ai lavoratori delle aziende con meno 15 dipendenti, i giuristi Cgil stanno studiando un “dispositivo” sul quale si raccoglieranno le firme con l’intenzione di farne una legge di iniziativa popolare. Per la confederazione il referendum promosso da Rifondazione comunista non è opportuno, “il referendum per l’allargamento dei diritti non è uno strumento sindacale”. Si preannuncia un autunno di scontro, “è ragionevole immaginarsi che anche dopo che l’articolo 18 avrà avuto il suo epilogo i prossimi mesi saranno caldi – afferma il segretario confederale Beppe Casadio -. Ma è il governo ad aver scelto questo rapporto di forza”. Da domani i sei “saggi” (Ghezzi, Panzeri, Rinaldini, Modica Agnello, Leone, Crispi) sentiranno i dirigenti Cgil anche sul completamento della segreteria. I nomi piùaccreditati quelli di Achille Passoni e di Titti Di Salvo. Il direttivo ha poi nominato Aldo Amoretti presidente dell’Inca.

E la Cisl si dirige verso accordi separati di a.f. Sul mercato del lavoro, ma anche sugli altri temi al centro in queste settimane del confronto tra governo e parti sociali, c’è il rischio, concreto, di un accordo separato. A sostenerlo, senza giri di parole, è il numero uno della Cisl, Savino Pezzotta. “Se i tavoli non sono uniti – dice Pezzotta – qualche rischio di accordi separati ci può essere”. Un’affermazione scontata, conseguenza della situazione che si è venuta a determinare in quest’ultimo periodo, visto che, sedendosi al tavolo di trattativa – anche a quello disertato dalla Cgil – Cisl e Uil hanno deciso di fare il possibile per trovare un’intesa con governo e Confindustria. Un’intesa che, naturalmente, non sarà sottoscritta dalla confederazione di Sergio Cofferati. E sarà quindi, giocoforza, separata. Ma anche un’affermazione dalle conseguenze assai pesanti sul piano politico, con possibili implicazioni sul futuro stesso del sindacato. Per quanto nessuno lo auspichi, lo spettro del bipolarismo – che trova negli accordi separati il suo alimento – potrebbe davvero concretizzarsi. Quello di un possibile accordo separato non è l’unico punto su cui è tornato martedì Pezzotta. Per quanto riguarda il rischio di rompere la tregua salariale, il numero uno della Cisl afferma la volontà della sua confederazione di discutere col governo, in occasione del varo del Documento di programmazione economica e finanziaria, di politica dei redditi. E chiede di “definire qual è il livello di inflazione programmata sulla base del quale vengono rinnovati i contratti come stabilito dall’accordo del 23 luglio”. Obiettivo della Cisl, spiega Pezzotta, “non è tanto far saltare la politica dei redditi, quanto fare in modo che attraverso la politica dei redditi si rinnovino i contratti e si garantiscano i salari dei lavoratori”. Ma tutto, appunto, dipende da quanto verrà definito nel Dpef. Intanto il presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, commenta la decisione della Cgil di proclamare uno sciopero generale nazionale. “Scioperare senza neanche sapere perché mi sembra che sia un esercizio molto costoso per i lavoratori, sicuramente inutile e sicuramente dannoso per il Paese” – dice, sicuro. Ma si vede che teme la protesta.

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