La banda dei cinefalsari a Pesaro

Smascherare i luoghi comuni, liberarsi delle immagini di propaganda politica ed estetica. Il primo “falsario” è Alain Fleischer, scrittore, artista, fotografo in un “Un mondo agitato”. Al festival del Nuovo Cinema anche l’Ungheria del `56 La moviola della Storia Documentari manipolati, cinegiornali di regime e i “falli” di repertorio all’edizione n.38 del festival, che rende omaggio a Ettore Scola ROBERTO SILVESTRI PESARO Visto che “il gigantismo” è da qualche anno la malattia senile di molti “film festival”, qualunque budget abbiano a disposizione, inebriati, piùdell’uomo ragno, dalla edificazione di una ragnatela infinita di proposte, da piste e sottopiste, sentieri e viottoli, sezioni e intersezioni da aprire allo sguardo cinefilo e ai finanziamenti europei, anche Pesaro ha voluto dotarsi di una cartografia multistratificata. Ma ha fatto bene Giovanni Spagnoletti, il direttore della mostra del Nuovo Cinema, a esibire come un “falso movimento” questo metodo imperante, a prendere in giro un difetto mascherato da qualità. E a cercare un motivo unificante (si potrebbe riassumere così: l’ecologia della visione, la lotta contro l’unidimensionalità delle immagini è ciò che si definisce cinema underground o sperimentale di oggi, e da come maneggi il repertorio ti dirò chi sei) alle infinite segmentazioni di un cartellone che pure scodella cose apparentemente scollegate. Ettore Scola, Spagna federale e defintivamente post-franchista, Daniel Schmid, Jay Rosenblatt, Roberto Nanni, Alain Fleischer, i festeggiamenti per i santi patronali del nuovo cinema (Akerman, Godard, Spike Lee, Dwoskin, Aoyama, Jaglom, Rouch, Snow, Malick, Tsui Hark, Del Toro, Torre…), documentari e eurodoc, video, Zacharias Kunuk e la cultura inuit in Canada, eventi speciali, i magnifici sette film per la piazza, i sei eventi speciali, i fuori formato, il “cinema sul cinema”, l’omaggio all’Accademia di Belle Arti di Urbino e alla sua efficiente scuola di video e cartoon… Eppure c’è un’idea unificante, non si glorifica la marmellata mille gusti del visuale in passerella. Cosa che in genere nasconde ambizioni poco estetiche e poco etiche, e difetta di teoria, di un chiaro punto di vista sul movimento delle immagini. Da dove vengono, dove vanno, perché si muovono e per chi. Così ecco che a Pesaro 38, nonostante scansioni apparentemente tradizionali, siamo diventati tutti involontariamente esploratori di una Mostra estremamente strana, del primo “mocku-festival” al mondo. “F for fake”, effe come falsità, diceva Orson Welles intitolando un suo film in gloria del cinema a doppio fondo, arte massima della simulazione, della prestidigitazione magica, della falsificazione, dell’imbroglio, della propaganda, nato nel secolo dei dittatori (non solo uomini, anche democratici palazzi assassini, come quello dei Lloyds di Londra) per servirle. E proprio ieri pomeriggio, mentre Pietrangeli e Scola anticipava i metodi usati dalle tv di Berlusconi per convincere tutti del contrario del vero in Io la conoscevo bene (ricordate il cinegiornale su Stefania Sandrelli?), Roberto Amoroso e Roberto Pisoni ci hanno dato la chiave di accesso a Pesaro discutendo del mockumentary, il falso documentario, anzi il documentario che imbroglia, che prende in giro il pubblico, che gli racconta come “oggettiva verità vera” un montaggio soggettivo, di parte, di uso teppistico o critico del found footage, materiali di repertorio pronti alla suggestione piùinnaturale pur di mistificare e trasformarsi in (fertile o esiziale) bugia.

Questo è ciò che comunemente casca sotto i nostri occhi, al cinema o guardando la tv. Ma il moviolone di Pesaro vuole sgonfiare e destrutturare questi falsi movimenti, indicando, socializzando e democratizzando i procedimenti abitualmente impiegati. Per diventare padroni e non schiavi delle immagini. Per scoprire i fuori gioco, i falli, gli ostruzionismi, le espulsioni illecite e i fuori campo. Il primo “falsiario” è Alain Fleischer, scrittore, artista plastico, fotografo, semiologo allievo di Barthes e Greimas, alle prese spesso con riprese di immagini altrui (dettagli di Hitchcock, scarti di Renoir, quadri del Louvre) nell’incontro con il pubblico dopo la proiezione di Un mondo agitato rimontaggio bambinesco e entusiasmante, a doppia velocità, in 87 minuti, di oltre 300 lungometraggi “sordi” piùche muti, girati fino al 1914 soprattutto in Francia ma anche in Usa, Russia e Italia, ha spiegato: “Non voglio estetizzare il repertorio, come fanno molti miei colleghi, per esempio Pelesjan, rallentando i fotogrammi, credo che ci vogliano ammaliare con la nostalgia struggente dei tempi antichi, per quanto tragici siano stati”. Fleischer ha fatto il contrario, velocizzando in una sorta di slapstick totale anche gli incubi, i suicidi e i dolori (il cinema come arte della luce alle prese con la parte oscura, l’ombra, il buio, ciò che non si coglie con lo sguardo, è la sua ossessione) di chi si stava avvicinando a passi da zombie a due catastrofici conflitti mondiali. Tagliando le immagini, fermandole, le fa ripartire piùveloci, mentre il suono, la musica e il testo fuori campo, sia sincronizzati che scollati, hanno un altro effetto dinamizzante, unificando il disomogeneo, i dieci differenti modi di svenire, o accasciarsi sulla sedia o raddrizzarsi o scoprire un adulterio o inseguire in massa un corpo erotico, per esempio. Con effetti comici finali, ma soprattutto riuscendo a proiettare continuamente sullo schermo “l’ombra del regista” che, con un gesto di dark-art, unifica tanti “mediocri film” in un unico rito sacro e demoniaco, cruento e misterioso, di purificazione dell’immagine. Cosa agita il mondo? Si chiede Fleischer e risponde “l’amore”, inteso come desiderio funesto, sadiano, klossowskiano (a Klossowski, scrittore poi pittore poi istigatore di cinema senza attori, Fleischer dedicherà tre film). L’amore nazional-popolare per l’Ungheria, inteso in senso gramsciano, guida le mosse di un secondo “falsario”, specialista il found footage, Peter Forgasc, artista di Budapest. Potrebbe essere falsa tanto è esemplare, invece è proprio storica la cinebiografia di Istvan Bibo, Un breviario di Bibo (2002), meticolosamente ricostruita utilizzando filmetti domestici, cinegiornali politici e turistici, e sostenuta anche qui da un meticolosissimo testo fuori campo che fa cut-up con brani sconvolgenti dai saggi di questo giurista, filosofo e politico acuto, di religione protestante, ministro durante la rivoluzione del `56, condannato all’ergastolo e poi graziato nel 1963. Di particolare efficacia, per capire le convulsioni ancora mai democratiche del paese, la non rimozione della questione ebraica come tumore inguaribile di una borghesia incapace, sotto i socialismi nazionalistici o internazionalisti, di “realismo pragmatico” e “discernimento”, in preda ai vizi del fanatismo e alle suggestioni “a una sola dimensione” che proprio nel nostro paese (letto il magnifico testo di Sylos Labini ieri su Repubblica?) rifioriscono rigogliose. Un solo dubbio. Bibo, democratico liberale e al di là, non al di qua, di una smaliziata scienza marxista delle cose, incarcerato dai sovietici invasori, tranquillizza i suoi compagni che rischiamo la pena di morte: “non dovete preoccuparvi, dovrebbero prima giustiziare Nagy, il premier, il che è assurdo” utilizzando un meccanismo difensivo scaricabarile e lideristico utilizzato a Norimberga dagli avvocati di Goering e a Parigi da quelli di Brasillach. Assai poco imbevuto di necessario “individualismo democratico”, questo politico piùche comunista, dunque, non ancora pronto a tradire la comunità e il capo se sbagliano e ad assumersi in prima persona le responsabilità di un gesto di libertà, senza coprirsi dietro Nagy. Terzo “falsario” un filmaker storico dell’anticinema anni `60, Joaquim Jorda, che nel documentario sulla (anzi contro la) lobotomia, e sul suo inventore, il portoghese premio Nobel 1934 Egas Moniz, Scimmie come Becky, 1999 (sezione spagnola), girato poco dopo un’operazione gravissima subita dal cineasta stesso al cervello, e che gli impedisce tutt’ora di leggere, ma non di girare film, non riesce a trovare materiale di repertorio portoghese, se non audio, sufficientemente valido. Portoghesi a disagio quando si parla di una gloria nazionale? Eppure la celebrazione in negativo dello scienziato salazariano che voleva calmare gli schizofrenici violenti, togliendogli pezzi di cranio, missata a una messa in scena di un ipotetico assassinio di Moniz che coinvolge un gruppo di degenti gravi della comunità terapeutica di Maresme, in Spagna, oltre a essere uno degli esempi piùcommuoventi e “impropri” di cavalcata tra i generi, è anche il segno che l’antipsichiatria non è moda che fu, ma continua a smantellare crimini tuttora protetti dalla legge. E che senza affetto sociale e carezze terapeutiche nessuna medicina è in grado di curare alcunché.

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