admin/ Ottobre 1, 2008/ Informa/ 0 comments

Dopo la deregulation, tariffe diverse da regione a regione Lo dimostrano i dati della Federfarma Una pomata gratuita a Milano costa a Bari 15 euro di GIANCARLO MOLA ROMA – La casalinga di Voghera non se la passa tanto male, quando arriva il momento della menopausa. La confezione di Estraderm, diffusa cura ormonale, per lei – e per tutte le donne lombarde – è completamente rimborsata dal Servizio sanitario nazionale. Va molto peggio, invece, se ci si sposta ad Altamura, provincia di Bari: le signore pagano, per quella stessa identica scatola da 8 cerotti, ben 6,87 euro, cioè il prezzo intero. In Piemonte il medicinale costa – per effetto del ticket sulla ricetta – 2 euro, in Veneto 1,90 euro, in Liguria e Sardegna 1,37 euro, in Abruzzo Calabria e Lazio un solo euro. In Trentino Alto Adige la situazione è ancora piùcuriosa: il prodotto costa 1,37 euro in provincia di Treento, mentre in provincia di Bolzano è gratuito. Come nel resto d’Italia, d’altronde. Signore e signori, ecco il federalismo. Che declinato con la politica di spesa sanitaria dello Stato (e i deficit delle regioni) porta dritto in una fitta giungla dei prezzi, negli ultimi mesi diventata sempre piùimpraticabile. L’effetto combinato di quote di rimborso, ticket sulla ricetta e sul singolo pezzo, in quota fissa o percentuale sul costo di listino, e delisting (la possibilità mettere a pagamento farmaci altrove gratuiti) è infatti devastante. Con il risultato che di fatto, in Italia, esistono ormai 21 prontuari farmaceutici, uno diverso dall’altro. E che si è nel frattempo creato – sulla questione – un abbondante contenzioso, con i Tar che ogni settimana bloccano le decisioni delle regioni di scalare questo o quel farmaco da una fascia all’altra. La tabella (realizzata sulla base dei dati Federfarma, l’associazione dei farmacisti, aggiornati al 26 giugno 2002) è l’esempio piùchiaro del caos in cui è precipitata la sanità pubblica italiana. I farmaci scelti appartengono alle cosiddette fasce B1 e B2, quelle su cui le regioni hanno il massimo potere di manovra. Sono quelli che la Commissione unica del farmaco ha escluso dalla fascia A (rimborsabili sulla base del prezzo minimo presente sul mercato), ma non ha nemmeno incluso nella fascia C (totalmente a carico del paziente). Medicinali considerati non essenziali, ma di uso molto frequente e comune. Il prezzo indicato, regione per regione, è quello che un utente – che non gode di alcuna esenzione – deve pagare al farmacista, ricetta alla mano, al momento dell’acquisto di una confezione. La banda di oscillazione, in molti casi, è notevole. Così per una pomata contro la psoriasi, diffusa malattia cronica della pelle, si va dal rimborso completo della maggior parte delle regioni ai 14,96 euro della Puglia (che ha fatto ricorso massiccio alla facoltà di “delistare” i farmaci), passando per gli enti locali che invece hanno deciso di applicare ticket di varia entità sulla ricetta o sulla confezione. “Sì, le differenze sono sostanziali, anche se per lo piùriguardano farmaci di non particolare incidenza”, ammette Giorgio Siri, presidente di Federfarma. “Ma va tenuto conto del fatto che le regioni devono comunque pensare a risanare il proprio deficit. Il problema è come si interviene: io penso che il delisting sia una misura non giusta, perché va a colpire solo alcune categorie di malati lasciandone indenni altre. Sarebbe molto meglio applicare forme blande di partecipazione alla spesa farmaceutica, magari su base nazionale in modo da non dare al cittadino l’impressione della non uniformità dei servizi sanitari sul territorio”. Il ritorno del ticket, dunque. Proprio quello sul quale il governo non riesce a prendere una decisione e che invece è chiesto a gran voce dalla Farmindustria, che raccoglie le aziende farmaceutiche, preoccupata di un ulteriore taglio sul prontuario farmaceutico. Chi la prende con pochissima filosofia è, invece, il Tribunale dei diritti del malato. “Con il patto di stabilità Stato-Regioni prima, e con il decreto taglia spesa dopo, si è smantellato l’unico pezzo veramente unitario del Servizio sanitario nazionale, cioè il prontuario farmaceutico”, accusa il presidente Stefano Inglese. Aggiungendo: “Ma la cosa piùgrave è che si applica con estrema disinvoltura alla salute dei cittadini un criterio di giudizio che è esclusivamente economico: le regioni applicano il delisting guardando soprattutto ai loro bilanci e non alle esigenze dei malati”. Le conseguenze della diversificazione dei listini, fra l’altro, sono imprevedibili. La tentazione di ricorrere a contromisure poco ortodosse, per così dire, si va facendo forte. Se il prezzo dei farmaci varia di regione in regione, perché non approfittarne? Basta trovare un conoscente disponibile e un medico compiacente: il medicinale viene prescritto alla persona che vive nella zona piùfavorevole e il gioco, peraltro illegale, è fatto. “Non è una fantasia”, aggiunge Inglese. “Ma quello che sta accadendo con sempre maggiore frequenza soprattutto per i farmaci piùcostosi”.

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