admin/ Ottobre 1, 2008/ Cultura, Eventi/ 0 comments

Una rassegna di arte concettuale fino al 12 luglio alla fondazione Adriano Olivetti di ADRIANA POLVERONI ROMA – Dopo anni di sonnolenza e sbiaditi omaggi alla tradizione la sede romana della fondazione Adriano Olivetti ha ripreso decisamente vita. Una delle scelte di campo è l’arte contemporanea: mostre raffinate e molto rapide, della durata di non oltre tre, quattro settimane, corredate da una riflessione sullo stato dell’arte così come appare oggi, intrecciato con altri linguaggi e altre realtà. Ecco quindi in primo piano un ripensamento sulla città, visto che l’arte dialoga molto con l’architettura e lo spazio, in particolare quello urbano. Ed ecco accanto alle mostre, interventi, performance nei luoghi-non luoghi che sono un po’ l’altra faccia della Roma splendida e generona: il metafisico gasometro che svetta da Testaccio, la stazione Termini, l’area del teatro India che rischia di scomparire per volontà (o sgarbo?) del direttore del teatro di Roma Giorgio Albertazzi. Autore di questo nuovo corso dell’Olivetti, che ha sempre ha avuto poco a che fare con la storica sede di Ivrea, è Bartolomeo Pietromarchi, critico e curatore di 34 anni. Anche l’ultima mostra in corso, “Radical & Critical” (fino al 12 luglio) non si distacca affatto da questo solco. Anzi, ne è una delle esemplificazioni piùcomplete, non a caso curata proprio da Pietromarchi. Gli artisti che raccoglie, italiani e stranieri, sono di età diverse, ma accomunati dallo stesso piglio critico nei confronti dell’arte. Non però con la rigidità che ha caratterizzato la generazione dell’arte concettuale, non quindi articolando la critica tutta all’interno del linguaggio dell’arte, “non in termini tautologici, precisa Pietromarchi, “ma in diretto riferimento al reale e investita spesso di un valore sociale e politico”. Le soluzioni sono diverse, anche se, come spesso accade nell’arte contemporanea, non si può dire che brillino per comprensibilità. Cersare Pietroiusti, ad esempio, artista romano che indaga con molta determinazione lo spazio espositivo come luogo simbolico dell’arte (attualmente è in corso a Londra una sua mostra in cui ha invitato la gente del quartiere a portare nella galleria tutti gli oggetti che “non gli sembrano artistici”), si è chiuso nel sotterraneo della galleria (una volta anche di notte perché se lo erano dimenticato dentro) e ne ha registrato percezioni e vissuti. Il risultato è un’installazione sonora composta da varie fonti audio che riproducono la voce dell’artista che si disvela dal sotterraneo e ricompone la sua paradossale esperienza. Henrik Olesen ripropone, rivisitandolo con scritte e giudizi impressi su fotografie, il lavoro di Vito Acconci, artista e performer americano, anche lui con il chiodo fisso della critica al luogo dell’arte per eccellenza: la galleria. Joseph Kosuth, americano da qualche anno trasferitosi in Italia e uno dei padri dell’arte concettuale, fedele al suo stile ha realizzato un’installazione di stampo wittgensteniano: domande sul senso dell’arte, sotto forma di parole luminescenti collocate sulle vetrate esterne della fondazione, su linguaggio, significato e contesto. E sempre con le parole, ma come se fossero uscite da un monitor impazzito da virus informatico, è il lavoro di Claude Closky che combina quattro lettere in irriverenti giochi linguistici. Mentre Pietro Golia incide “With love” in una candida lastra di marmo e Martin Creed, artista britannico autore in genere di opere ben piùvistose, quasi abbandona un foglio bianco nella galleria con sopra scritto “Something in the middle of a wall”. Piùopera in senso classico è il lavoro di Marco Boggio Sella: “Prigione”, pannello puntutissimo, metafora efficace delle prigioni di oggi. Quelle canoniche e quelle quotidiane, che pungono almeno quanto quelle.

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