I padri pellegrini dell’islam

Fondamentalisti come i puritani britannici che posero le basi del progresso laico nel XVII secolo, gli islamici potrebbero portare le società musulmane verso la modernità. Ma in occidente la sinistra deve dissociarsi e combattere con decisione il terrorismo, che nulla ha a che fare con le lotte di liberazione. Parla lo storico Robin Blackburn, della New Left Review MARCO D’ERAMO – INVIATO A NEW YORK Nylon è abitata dai nylonesi, cioè dai pendolari che oscillano tra New York (Ny) e Londra (Lon). Sono infatti sempre piùnumerosi nell’editoria, nello show business, nell’università, nella finanza, coloro che hanno due lavori, uno nella capitale inglese, l’altro qui a Manhattan. D’altronde, la rivoluzione dei trasporti fa sì che a New York ti capita d’incontrare piùasiatici ed europei che newyorkesi, anche loro volati da qualche altra parte per una recita, un trimestre di visiting professor, un contratto, una ricerca sul campo. Dopo aver insegnato nelle università di Londra, Boston, Havana e New Mexico, anche Robin Blackburn – uno degli esponenti di maggior spicco della nuova sinistra inglese – è ormai un nylonese. Ora insegna qui alla New school University, ma è anche professore di sociologia all’Università di Essex. Fa parte del comitato editoriale della casa editrice Verso e della prestigiosa New Left Review (dopo esserne stato per anni il direttore). La sua fama di storico è dovuta a due importanti saggi sullo schiavismo moderno: The Overthrow of Colonial Slavery 1776-1848, “L’abbattimento dello schiavismo coloniale”, 1988) e The Making of the New World: Slavery from the Baroque to the Modern 1492-1800, “La costruzione del nuovo mondo: lo schiavismo dal barocco al moderno”, 1997). L’avevo conosciuto l’anno scorso a Londra, e si stava appassionando al problema dei fondi di pensione che finanziano il gioco capitalistico mondiale con i soldi prelevati dalle tasche dei lavoratori. Rifletteva cioè a come fare in modo che questi enormi fondi potessero essere gestiti dalle organizzazioni dei lavoratori. Questa passione ha prodotto in primavera il volume How Progressive Pension Funds Can Transform Capitalism (2001). C’incontriamo nel suo studio della New School, sulla Quinta avenue, appena a sud di Union Square. Finora, gli dico, le persone con cui ho parlato di questi ultimi terribili due mesi, si sono divise tra ottimisti e pessimisti, tra chi pensa che – nonostante l’orrore – possa venirne qualcosa di buono, e invece chi ritiene che tutto questo finirà male: piùguerre, piùdistruzioni, piùleggi liberticide…

Tu a quale di questi due partiti t’iscrivi? “Piuttosto a quello ottimista”, mi risponde nel suo stretto, forbito inglese. Sorride, il volto liscio, arguto, circondato da un’aureola di riccioli bianchi: “Anche se è impossibile non vedere gli sviluppi negativi emersi in reazione agli attacchi dell’11 settembre. Intanto si sono rafforzati i poteri presidenziali, con uno smisurato estendersi dello spazio d’iniziativa di quella che è ormai per davvero una presidenza imperiale. S’è già ristretto lo spazio delle libertà civili. E i contraccolpi si sentono anche in altri paesi del mondo. Per esempio in Francia: la campagna presidenziale sarà piùfacile per Jacques Chirac e piùdifficile per Lionel Jospin. Sul breve termine, l’ansia dell’opinione pubblica per la sicurezza crea uno spazio piùfavorevole alla destra. E a medio e lungo termine? Qui emergono elementi positivi. Questi eventi terribili mostrano infatti la debolezza della filosofia per cui gli Stati uniti possono risolvere da soli tutti i problemi del mondo, e che il loro “destino fatale” è di essere il gendarme planetario. Qui c’è un lato paradossale, perché questa volta davvero gli aggrediti sono loro, attaccati sul loro suolo dal terrorismo, su scala orripilante, e perciò questa volta avevano il diritto morale di reagire. Ma avere questo diritto morale non vuol dire avere licenza di fare quel che pare. Le azioni intraprese sono del tutto inefficaci nel prevenire futuri attacchi terroristici, anche se magari non al livello dell’11 settembre: anzi, ne aumentano il rischio non solo negli Usa bensì anche negli altri paesi. Vuoi dire che non riusciranno a sconfiggere i talibani? No. E’ possibile defenestrarli, ma a che prezzo? e con quali conseguenze politiche? Gli scenari post-talibani non sono affatto sicuri. Questo metodo è lo stesso usato in Iraq, e poi in Jugoslavia, ma adesso appare chiaro anche agli occhi americani che è un metodo sbagliato perché – a differenza delle altre volte – mette a repentaglio la loro stessa sicurezza sul loro territorio. Potrebbe essere la volta buona perché gli Stati uniti mettano in discussione il loro ruolo messianico, considerando un altro modo di rapportarsi al mondo, cedendo una parte della loro sovranità nazionale, per esplorare un tipo nuovo, diverso di soluzione sovranazionale, una vera multilateralità. Formalmente, gli Usa hanno agito in modo multilaterale, consultando gli alleati, l’Onu, e così via. In pratica sono rimasti sempre sul terreno bilaterale, su cui hanno agito con grande efficacia per ottenere cooperazione. Ma tutto resta controllato da Donald Rumsfeld. Tutto è sotto la direzione strategica del Pentagono e di Washington. Tanto che da questa operazione è stato escluso uno dei pochi poteri islamici davvero credibili e affidabili, cioè l’Iran, che è il posto migliore da cui condurre una campagna antitalebana. Perché? Ha una lunga frontiera con l’Afghanistan, non ha nessuna simpatia – anzi – per i talibani o per Al Qaeda. L’Iran appoggia già l’opposizione interna in Afghanistan; l’Iran gode di credibilità nel mondo islamico, e potrebbe essere sostenuto in quel che in ogni caso sta già tentando, cioè di soppiantare il regime talibano. Certo, appoggiare l’Iran non è facile per l’Occidente. Ma dobbiamo riconoscere che nel mondo islamico le rivoluzioni democratiche hanno preso una forma religiosa. Molto tempo fa queste rivoluzioni avevano preso una forma laica, per esempio Mossadeq in Iran, ma l’Occidente (ndr: nella sua versione Cia) ha rimosso Mossadeq, e poi ha lasciato abbattere Kassem in Iraq nel 1963, e il premier Bhutto in Pakistan nel 1978. L’Occidente è stato compiacente o ha addirittura sponsorizzato le forze della reazione, i golpe controrivoluzionari. Così le chances di rivoluzione democratica laica sono state falciate da noi occidentali. In un contesto in cui la politica laica falliva nel generare progresso, l’Islam politico diventava forza ascendente: rispetto ai nazionalisti laici e alla sinistra, aveva il vantaggio che, almeno per un certo tempo, poteva diffondersi all’ombra delle moschee e delle madrassas. Per me è un punto importante: in Inghilterra nel ‘600 la rivoluzione democratica prese una forma religiosa, integralista: i puritani, Cromwell… In parte, lo stesso è avvenuto negli Stati uniti. La milizia puritana aveva un richiamo egualitario in un ordine feudale decadente e poneva le basi per uno stato laico. Oggi l’Islam politico ha la stessa risonanza egualitaria in società feudali come il Pakistan o della penisola arabica. Lo stesso è successo in Iran e in altre parti del mondo islamico. Se i puritani, cioè i fondamentalisti religiosi del cristianesimo, costituirono un progresso nel XVII secolo, potrebbe forse oggi dirsi lo stesso dei duri nel clero islamico? La mia risposta è no. Però, dove l’Islam è diventato forza di massa, come in Iran, la sua evoluzione può essere paragonata a quella dei puritani. Gli stessi processi che in Inghilterra e negli Stati uniti trasformarono una rivoluzione integralista in un fattore di laicità dello stato, sembrano essere all’opera nella società iraniana due decenni dopo la rivoluzione khomeinista, con le rivolte studentesche, le affermazioni dei diritti civili delle donne, un cinema iraniano fiorente, il perpetuo scontro tra gli eletti e i mullah piùfalchi. Penso che dobbiamo venire a patti con il fatto che la rivoluzione fondamentalista sia il c ammino preso dalle società islamiche per entrare nella modernità. L’11 settembre, a caldo, mi sembrò che questa strage avesse insegnato col sangue agli Stati uniti quel che le potenze coloniali europee avevano imparato da secoli, e cioè che la superiorità bellica da sola non basta, ma che oltre alle armi e alle bombe serve la politica, bisogna trattare, fare compromessi, negoziare. Invece ora mi sembra che a Washington prevalga la coazione a ripetere la buona vecchia soluzione di gettare bombe da 20.000 metri d’altezza. La cosa pazzesca con gli Stati uniti è che sono una tale potenza economica e culturale che anche del tutto disarmati sarebbero ancora di gran lunga i piùforti del mondo. Potrebbero governare il pianeta senza armi. Di sicuro, non hanno bisogno delle loro 60 enormi basi militari disseminate in 40 paesi dei 5 continenti. Ricordi l’aereo che tranciò il cavo della funivia del Cermis in Italia? E la nave giapponese affondata da un sommergibile atomico in emersione alle Hawaii? Lo fanno dappertutto, sempre. Hai letto Blowback di C. Johnson? è tremendo, scritto da un conservatore, da uno che aveva appoggiato la guerra nel Vietnam ma che ora mostra come il dispiegamento di forza Usa è diventato un boomerang, produce conseguenze impreviste, come l’11 settembre (il libro è uscito sei mesi fa). Torniamo alla possibilità di un nuovo multilateralismo. Sto per dire qualcosa che a molti non piacerà nella sinistra. Io penso che il terrorismo non ha mai fatto niente di buono per noi. Ogni volta che è entrato in campo il terrorismo, le conseguenze sono state nefaste. Quel che per uno è terrorismo, per l’altro è lotta armata. No. Mao non ha mai compiuto azioni terroristiche. Proprio come i rivoluzionari cubani che hanno inflitto le maggiori sconfitte agli Stati uniti ingaggiando un dialogo con i civili Usa, non riducendoli a brandelli. Persino gli anarchici non erano terroristi nel senso moderno: se la prendevano con re, zar, militari, non uccidevano indiscriminatamente civili innocenti. Il terrorismo avvelena tutte le cause per cui combatte. Ecco perché credo che la sinistra debba partecipare attivamente alla lotta contro il terrorismo. Può darsi che sbagli, perché ci sto ancora riflettendo, ma credo che la sinistra dovrebbe appoggiare un corpo internazionale, Onu, per combattere il terrorismo. Qualcosa come il giudice spagnolo Garzon (che aveva incriminato l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet), con però sue iniziative permanenti. Qualunque cosa meno di questo, non sarebbe seria. Nella sinistra americana, qualcuno obietta che l’Onu non deciderebbe mai nulla, non agirebbe mai con tempestività. Dobbiamo far fronte a queste obiezioni. Il punto chiave è che un segretariato Onu contro il terrorismo non dovrebbe essere controllato – come oggi – da uno o due stati, non dovrebbe essere una semplice maschera per eseguire quel che gli Stati uniti vogliono, come avviene ora per l’Fmi o per la Banca Mondiale. Dovrebbe avere un suo staff professionale ed essere in grado di esigere collaborazione dalla polizia di ogni stato membro. Un altro argomento contro è che le leggi antiterrorismo sono pessime e liberticide. Altra obiezione: i governi userebbero quest’organismo sovranazionale per far fuori le proprie legittime opposizioni interne. Israele direbbe di Al Fatah che è un’organizzazione terroristica. Lo stesso la Russia degli indipendentisti ceceni, l’India di quelli kashmiri, la Cina dei tibetani. E Usa, Francia e Inghilterra farebbero lo stesso con le organizzazioni di Portorico, Corsica e Irlanda del nord. Già oggi la legislazione di emergenza inglese è definita in termini così ampi da mirare anche le azioni non violente o l'”eco-guerra”. Però credo che sia possibile una definizione stretta di azione terrorista – come qualcosa che colpisce indiscriminatamente i civili – e soprattutto che ne valga la pena. Questo tipo di soluzione è sempre migliore dell’approccio bilaterale, con cui Putin ottiene il permesso di massacrare i ceceni in cambio dell’appoggio alle bombe Usa sui civili afghani. In fin dei conti, il terrorismo tipo Al Qaeda rappresenta una minaccia esigua di fronte al terrore nucleare degli stati. E affrontare l’altro terrorismo con un organismo internazionale prefigura già un inizio di soluzione per questa minaccia incommensurabilmente piùletale.

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