Un Mundial a mandorla

L’incubo degli hooligans, la sorpresa dei bagarini, il problema degli stadi. E poi lo scontro a distanza fra i paesi organizzatori, con la Corea che ride (ma neanche troppo) e il Giappone che piange. Bilancio di un mondiale all’orientale, che ha comunque regalato a tutti almeno un sorriso, tranne che agli italiani PIO D’EMILIA TOKYO Oramai non c’è piùalcun dubbio. Il Mundial a Mandorla è stata davvero una sorpresa. E non necessariamente negativa, suvvia. Nel senso che mai come in questa occasione tutte le previsioni (in gran parte pessimistiche) si sono rivelate sbagliate, se non sballate. Basta pensare alla temuta invasione dei temutissimi hooligans. Neanche per idea. Non solo Beckham e soci hanno trafitto i cuori di migliaia di ragazzine locali (altro che Totti e l’italica armata dei belli), non solo il comune di Shizuoka ha deciso di dedicare alla nazionale inglese un gruppo scultoreo. Il bello è che i tifosi inglesi hanno vinto la palma della sportività, accorrendo numerosi e comportandosi piùche correttamente. La polizia giapponese, per giustificare la militarizzazione di Sapporo e di altre città, ha dovuto prendersela con una manciata di malcapitati, non necessariamente inglesi, ritrovandosi comunque con un bottino miserrimo: 164 arresti in tutto, nessuno dei quali convalidato. Nemmeno nei confronti dei bagarini. Altra piacevole sorpresa, tutto sommato. Secondo Fifa e comitati organizzatori, i biglietti sarebbero stati abbondanti, individuali e a prova di bagarini. I quali (per fortuna) c’erano e come invece, provenienti dai luoghi piùimpensati (isrealiani, bielorussi, portoricani, sudanesi e soprattutto slavi) e hanno fatto affari d’oro. E aiutato a coprire le magagne dell’organizzazione: la disastrosa gestione dei biglietti, infatti, ha rischiato di lasciare migliaia di posti vuoti negli stadi. Va anche riconosciuta una certa “umanita” (o inesperienza, affermano gli osservatori piùcinici): a partita iniziata, biglietti che fino a pochi minuti prima si vendevano a 6/700 euro venivano ceduti sottocosto. Un Mundial sorprendente, dicevamo. Ovviamente non ci riferiamo solo all’aspetto tecnico. A sbagliare le previsioni (poco male) e i conti (la cosa è piùpreoccupante) sono stati un po’ tutti: dalla stampa ai comitati organizzatori. Dalla Fifa ai politici locali. Che ora, soprattutto in Giappone, sudano freddo. Come le amministrazioni di Miyagi e Oita. Due megastadi belli e impossibili, in città che non posseggono, per il momento, nemmeno una squadra di casa. Che ne faranno, dei loro stadi? “Non c’è che dire, un bel problema – ammette Junji Ogura, gran capo del comitato organizzatore, che per due anni è andato in giro per l’arcipelago promettendo fiumi di denaro e aumento dell’immagine internazionale alle amministrazioni che si sarebbero impegnate a costruire nuovi stadi – può sembrare uno spreco. Ma qualcosa ci faremo, sicuro”. Sarà. Ma con la J-League, il campionato giapponese, che dopo il “picco” del 1994 (affluenza media di 20000 persone alle partite) oggi porta negli stadi una media di 16 mila persone, non sarà impresa facile. Anche perché gli stadi, come tutte le opere pubbliche in Giappone, sono stati finanziati con titoli di stato, la cui “affidabilità” è oramai a rischio, mentre le ditte subappaltatrici premono per il cash. Perché il Giappone è ancora in piena recessione, a differenza della Corea, dove l’economia cresce al ritmo “forsennato” (per questi tempi) del 6%.

Già, la Corea. Nello “scontro” a distanza con il Giappone, la Corea ha stravinto. Il “generale” Chung, il presidente del Comitato Organizzatore coreano e probabile nuovo presidente della repubblica ha fatto bene i suoi conti e ha ridicolizzato i “cugini” giapponesi. Anche qui, non tanto per il fatto (che comunque conta) che la squadra coreana è arrivata in semifinale e ha rischiato addirittura di finire in finale mentre il Giappone si è fermato ai quarti, quanto per l’immagine internazionale di maggiore efficenza, capacità di gestire l’emergenza e simpatia che il comitato organizzatore coreano è riuscito a dare, a differenza del suo corrispettivo giapponese. Prendete i bambini, ad esempio. In Corea entravano dappertutto gratis: gli organizzatori chiudevano un occhio anche per i piùgiovincelli, quelli che avevano piùdi 8 anni e avrebbero dovuto pagare. In Giappone invece, sono stati letteralmente espulsi dagli stadi. Il caso piùgrave è avvenuto a Sapporo, in occasione di Argentina Inghilterra. Ad uno dei cancelli una coppia di argentini non crede ai propri occhi: il loro pupo di 2 anni non può passare, non ha il biglietto. A nulla vale l’intervento di una decina di giornalisti. La coppia finisce sui giornali, ma il bambino non entra. Dopo due giorni, un mecenate rimasto ignoto fa recapitare loro in albergo una busta con tre biglietti per i quarti. Bel gesto, peccato che l’Argentina viene eliminata e la coppia decide di rientrare in patria. Intendiamoci, se nel paese dei ciliegi il Mundial è stato un discreto fallimento, in Corea non sono tutte rose e fiori. Perché se è vero che sull’onda del successo dei “diavoli” alla prima partita di campionato sono accorsi negli stadi un 30% in piùdi tifosi, è anche vero che dal punto di vista economico i problemi ci sono e come. Prendete la KT, la telecom coreana. Ufficialmente hanno dichiarato un fatturato di 4.2 miliardi di dollari. In realtà sono in rosso. I 4 miliardi di dollari sono stime riferite all’esposizione internazionale, ma fornitori vari attendono pagamenti per oltre 2 miliardi di dollari per servizi e hardware ordinato e non pagato. Ma il calcio, si sa, è anche e soprattutto politica. Ed il Mondiale, iniziato con la vittoria di Blatter, si è chiuso con quella di Kim Dae Jung, il presidente della Corea del Sud, che invita ufficialmente l’imperatore giapponese Akihito a visitare la Corea: “perché dopo aver condiviso questa entusiasmante esperienza, è ora che ci ricordiamo di avere lo stesso sangue”. In altri tempi, sarebbe stato passato alle armi. Akihito invece ha incassato, e ha promesso che ci penserà. Ma se il Giappone ha sicuramente perso il confronto a distanza con la Corea, l’esercito di volontari che ha contribuito al successo della manifestazione e i giovani che per un mese sono andati avanti a festeggiare qualsiasi vittoria, perfino quelle della Turchia o del Senegal, vanno messi allo stesso livello dei colleghi coreani. A questi giovani, casalinghe, pensionati che per un mese si sono dati da fare gratis, con un rimborso spese minimo, il carvanserraglio del Mundial deve un profondo ringraziamento. Un’ultima notazione. Ai temutissimi inglesi, i giapponesi dedicheranno una statua. Ai brasiliani, una piazza. A Maradona un ristorante. E all’Italia, che prima del torneo era non solo la squadra piùfavorita, ma piùamata dal popolo? Nulla. Tranne un doppio, imbarazzante riconoscimento per Trapattoni. A lui, secondo un settimanale giapponese, va la palma del peggior allenatore (per il suo gioco antiquato e per aver sottovalutato Croazia, Messico e Corea) e di quello meno sportivo: per non aver accettato la sconfitta ed aver alimentato la teoria del complotto. “Non fare l’italiano”, ahimè, è una battuta che comincia a girare, da queste parti.

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