admin/ Febbraio 25, 2013/ Cinema/ 0 comments

locandina16-280x414L’oscurità: con le voci fuori campo, ora incredule, via radio (“è reale o è un’esercitazione?”); ora lacerate, nel fisico (“non riusciamo a respirare”); ora straziate, nella tragedia, che acuisce, tra pavimenti caracollanti e sfasciume di schegge, lo zenit emotivo di un sentimento anonimo che esplode (“ti amo” – “ti amo”). È l’11 settembre, le comunicazioni dei media si sovrappongono alle richieste d’aiuto: “un areo è caduto sul World Trade Center”.

Un montaggio sonoro schiantante – nomination agli Oscar 2013 a Paul N.J. Ottosson: di quelli che chiamano “i premi minori”. E l’immagine è eclissata: schermo nero. Perché è un’immagine impressa nelle coscienze, uno spot indelebile ben presente al popolo americano ed al consorzio umano: una sequenza col tempo, forse, diventata semplicemente un buco nero, un occhio senza orbite, svuotato dal pianto, corroso da paura, ossessione, persino dall’umanissimo “odio”. Così inizia, su una tabula rasa nera come una lavagna su cui scrivere col gessetto rosso del sangue, Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.

Un gessetto rosso come quei capelli, nemmeno troppo curati, di Maya (Jessica Chastain), troppo concentrata sull’idea fissa di catturare – e\o uccidere – Osama Bin Laden: per quanto i colleghi della CIA, additandola come una monomaniaca ossessiva, le intimino di smettere d’inseguire un fantasma barbuto e la invitino a dedicarsi, piuttosto, allo sgominamento dei tanti attacchi delle cellule terroriste, tra Londra e Pakistan, che nel film s’infiltrano dai telegiornali. Per quanto, ancora, le colleghe la invitino ad alleggerire con qualche svago il peso di quell’assillo, di quella missione “mentale”, isolante; ma lei, Maya, nel corpo che s’indovina potenzialmente florido di Jessica Chastain, è irremovibile: “Scopare con un collega? non mi sembra proprio il caso”.

Un gessetto rosso, come quel pennarello che Maya usa per scrivere, sulla parete vetrata del proprio capo, i giorni del calendario, tutti rossi, tutti d’emergenza, che trascorrono nell’inattività, nella mancanza d’iniziativa, per quanto lei sia pressoché certa di aver individuato il luogo in cui si rifugia Osama Bin Laden. In che percentuale? Né il 60% dei colleghi più ritrosi, né l’80% dei più audaci; lei non azzarda, non è una gambler, è una donna nella cui testa l’ora X della missione è scattata da 9 anni, ed al capo della CIA, Leon Panetta (James Gandolfini), spiattella il bookmaking senza esitazioni: “Sono certa al 100%, anzi no, visto che il 100% vi fa andare fuori di testa, diciamo il 95%, ma è 100%”. Ed allora, Zero Dark Thirty: mezzanotte e mezzo, nel gergo militare. L’ora in cui nel maggio 2011 scattò il blitz che portò all’uccisione di Osama Bin Laden. Un’ora che nella mente di quella sbarbatella, catapultata dal college alla CIA, era scattata qualche anno prima.

Cinque candidature agli Oscar, così come per The Hurt Locker, per quello che la stessa Bygelow definisce un “reported film”; e che, nondimeno, non ci si può contentare di stanare dai recessi della creatività più intima con il raid critico di definizioni quali “un film dal passo del documentario”, come si è sentito d’interpretare Paolo D’Agostini su Repubblica. Un film “documentato” è diverso da un film “documentario”: sicché, per quanto l’opera si diparta dall’attento lavoro d’archivio dello sceneggiatore e giornalista Mark Boal (compagno della Chastain, nomination anche per lui), il suo sviluppo si alimenta di una cupa sostanza autoriale che travalica la semplice mistione di fiction e reportage, per diventare qualcosa di diverso. È un dramma per frammenti, schegge dolorose della Storia, come The Hurt Locker, e diversamente dal più dimesso e meno disperato Argo: un rilancio della tensione, come confermano quei capitoletti che non sono i titoli di un paragrafo, ma la scansione di un diario segreto, che trapassa dal top secret dei faldoni alle pieghe di un tormento non solamente professionale.

Share this Post

Leave a Comment